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6 Giugno 2021 – CORPO E SANGUE DI CRISTO – Anno B

6  Giugno 2021 – CORPO E SANGUE DI CRISTO – Anno B

 

PRIMA LETTURA: Es 24, 33   SALMO: 115    SECONDA LETTURA: Eb 9, 11-15

 

VANGELO: Mc 14, 12-16. 22-26

 

 

... Chiunque conosce, sia pure in modo approssimativo, la storia umana, sa che è una storia di guerre, di divisioni. E non è nemmeno vero, purtroppo, che là dove sono stati piantati i vessilli di Gesù Cristo ha trionfato l'unità. Anche lì divisioni, guerre e guerre sante. È tragica la, storia dell'uomo: è una serie di catastrofi, la storia dell'uomo. L'unità è qualcosa di cosi impossibile e provvisorio, che quando la vediamo, quasi tratteniamo il fiato perché abbiamo paura che tutto si sciupi. E infatti tutto si sciupa: viene anche la morte a rompere le fragili comunioni che l'amore riesce a creare. Perciò non ci raccontiamo fiabe: non è affatto vero che l'umanità ascende dalle lotte tribali all'unità della civiltà. Perché la civiltà è una diversa organizzazione del fratricidio, è una diversa forma del dividersi. Quella che abbiamo sotto gli occhi non è affatto la creazione di un'unità del mondo. Questa è la verità. Però, contro questa realtà, ecco, agisce in noi un altro principio, che non è cristiano: è umano. Dobbiamo abituarci a leggere il Vangelo come un'esegesi di ciò che è l'uomo. Come scrisse l'antico Origene Gesù ha rivelato l'uomo naturale. E la prima lettura del Vangelo è quella che lo riconduce dentro il sillabario dell'uomo per leggere l'uomo. Il discorso dell'apertura dell'uomo alla comunione con Dio parte da qui, altrimenti diventa alienante e mistificatorio. Ora: dico, nella nostra esperienza, nell'esperienza di tutti i popoli c'è un anelito straordinario: è quello della comunione. E il rito antico di Mosè, che prevedeva un cibarsi insieme di tutti. gli animali sacrificati, per esprimere comunione, prelude à questa comunione che Cristo ha celebrato con i suoi, prima di entrare nella notte dell'odio, nella notte dell'estrema divisione. Non ci dimentichiamo che quel sacramento di amore non fu celebrato in un clima di idillio non fu celebrato in qualche allegro pranzo di nozze, ma dentro le trame del tradimento in atto, all'ombra del Getsemani e della Croce. Non è un caso. È per indicare l'estrema fragilità di questo mistero dell'amore tra gli uomini. Ciò che è più grande è più fragile. Qui, forse, è la sorgente più alta della nostra disperazione: il vedere come l'amore è una necessità senza di cui non si può vivere, ma ha una fragilità che non può mai essere - diremo cosi - tutelata abbastanza. E la cena del Signore è collocata nello sfondo oscuro del tradimento, delle armi della crocifissione. Gesù dice: «Non berrò più di questo vino». È come dire che non c'è più nessuna cena, ormai. In realtà, finché gli uomini non saranno fraterni - e non sarà, dunque, il Regno - Gesù non è con noi a bere il nostro vino, non è più con noi a spezzare il nostro pane. È nel mistero che nei professiamo che questo è il Suo corpo, che questo è il Suo sangue; un corpo destinato alla Croce, un sangue destinato a essere versato. Il rito è orientato verso il sacrificio strutturalmente. Noi viviamo questo mistero dell'amore, anche questo è vero, come una anticipazione. Ogni volta che noi celebriamo questo rito, pur nell'angustia e nella timidezza che lo contrassegnano per tradizione, professiamo questa vittoria impossibile - ma possibile perché Dio nell'Alleanza ce lo assicura - dell'amore sulla divisione. Il nostro impegno non ha frontiere, le sorpassa tutte. Il peccato in questo consiste: nell'annullare la dinamica provocatoria di ciò che diciamo e facciamo soffocandola nella freddezza del rito, nel mosaico immutabile dei gesti e delle cerimonie. Cosi abbiamo disinnescato la forza esplosiva, abbiamo reso innocuo il rito che dovrebbe tutti confonderci e contestarci. Andare a Messa, voi lo sapete, è questione di buona abitudine e la brava gente ci va. Questo è drammatico: che ci va. Ci va restando come era prima, anzi ritorna sicura da ogni turbamento, dispensata da ogni inquietudine. Ma non c'è nessuna astuzia che possa impedire a questo gesto profondo, radicale che il Signore ci ha consegnato, di ritrovare la sua forza. Questo avviene in innumerevoli parti del mondo e noi siamo qui a tentare di far qualcosa con la coscienza non buona. perché sappiamo che la nostra vita non parla abbastanza di ciò che professiamo in questi momenti. Mentre celebriamo questo rito, sappiamo bene che esso non è altro che una anticipazione labile di ciò che dovrà avvenire. La nostra vita si impegna perché l'umanità si muova secondo la dinamica della unione, della comunione fra gli uomini. II che, poi, indica innumerevoli cose, anche politiche, evidentemente. Si proietta da questa certezza una forza preideologica (non ideologica!) che mette sotto giudizio le ideologie politiche. lo scelgo il modo migliore per favorire la comunione fra gli uomini. Non mi si dica: «la comunione spirituale ». Dico intanto: la comunione nel mangiare, nel mangiare a tavola. Cominciamo da lì. lo devo scegliere scendendo nella profondità della nostra struttura fisica, non muovendomi sulle ali dello spirito. Che è un'altra astuzia del peccato. Abbiamo parlato di fraternità da venti secoli, senza poi realizzarla in nessuna maniera. Devo aggiungere che la parola del Signore - non berrò più di questo vino - riempie di tristezza il nostro futuro. Come diceva Origene in un brano che non riesco più a dimenticare: fino a che al banchetto degli uomini ci sarà uno che non partecipa, Gesù non partecipa nemmeno Lui: è in sofferenza fino alla fine del mondo. Solo quando l'umanità sarà unita, Egli parteciperà al nostro banchetto. Il che significa, dunque, un modo di vedere la Passione del Signore non nelle terracotte della Via Crucis, ma nella carne viva della gente. C'è un Gesù che soffre dovunque c'è un corpo che soffre. Il mistero di quella sofferenza continua lì. Non c'è devozione che ci possa disabituare da questo realismo evangelico.

 

Ernesto Balducci – da: “Il mandorlo e il fuoco” – Vol. 2