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23 Maggio 2021 - DOMENICA DI PENTECOSTE - Anno B

23 Maggio 2021 - DOMENICA DI PENTECOSTE - Anno B

 

PRIMA LETTURA: At 2, 1-11         SALMO: 103     SECONDA LETTURA: Gal 5, 16-25

 

VANGELO: Gv 15, 26-27; 16, 12-15

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 … Io sono convinto che è vicino il tempo in cui dovremo andare a scuola dai barbari che abbiamo civilizzato, dobbiamo permettere a loro di parlare la loro lingua e di ascoltare, se lo abbiamo, il nostro messaggio in modo che ognuno lo comprenda nella propria lingua. Ora lo sappiamo, attraverso le scienze antropologiche, qual è la legge che regola le lingue umane: è quella del sistema, per cui ogni parola trova senso nell'insieme e l'insieme arricchisce di sé ogni singola parola, per cui chi è dentro una lingua rischia di essere chiuso dentro questo sistema, rischia di farsi sordo alle altre lingue. Come uscire da questa prigionia, che noi abbiamo rinsaldato con la presunzione che la nostra cultura fosse adatta a tutti? Chi non entrava in questo spazio, chi non accettava le sue misure non era uomo totalmente, questo ci hanno insegnato i nostri padri, anche i più grandi maestri dell'Occidente. La lingua dell'uomo che aspira all'unità universale non ci viene come dono prelibato dai livelli alti della civiltà, essa sale dalle radici, volevo dire sale dalla materia, dalla preistoria della vita stessa. Questa tensione interiore è la voce dell'uomo nascosto che è in noi, che è rimasta soffocata sotto tutte le altre lingue con cui noi abbiamo soffocato lo Spirito Santo ogni qual volta abbiamo rifiutato d'ascoltare. Noi abbiamo poco ascoltato e molto parlato. Abbiamo insegnato a tutti i popoli, abbiamo creduto di averli finalmente inseriti dentro il nostro sistema linguistico, ma i popoli vogliono riappropriarsi della propria lingua, cioè della propria cultura. Ecco il fremito inquietante che percorre la terra: ognuno vuole la propria memoria e la propria lingua. E questo che sembra un frantumarsi di una verità è invece lo srotolarsi dell'unità babelica ispirata dalla volontà di potenza, dentro cui ogni uomo è un mattone dell'edificio e ogni popolo è una parte di un edificio che integra in sé, senza rigettarle, le logiche diverse da cui è composta la famiglia umana. Dobbiamo percorrere il cammino inverso. Questa non è una forma di romanticismo, o come qualcuno, fermo nell'orgoglio della nostra formazione, può pensare, di terzomondismo, di francescanesimo vieto; è un tributo alle potenzialità dell'umanità in questo momento della sua storia. Lo sentiamo, ne abbiamo avuto segni terribili in questi mesi. Ecco perché una scuola della pace è una scuola che ci insegna a parlare la lingua dell'umanità al di là delle nostre lingue che sono una necessità della nostra finitezza, della nostra distribuzione nello spazio e nel tempo. C'è un'altra lingua che è la lingua della pace, quella che Gesù ha annunciato apparendo nella sua liberazione totale e dicendo ai suoi: «Pace a voi», Questa è la lingua nuova che dobbiamo imparare e le generazioni che verranno dovranno parlarsi in questa lingua. [ ... ] Questo messaggio lo dovete intendere, a suo modo, come una voce dello Spirito. Come sarebbe bella l'umanità se ogni popolo cantasse i suoi canti e tutti li ascoltassimo! Come sarebbe bello se la ricchezza recondita e repressa di cui è gravida l'umanità esplodesse! E possibile che questo avvenga. Lo sappiamo. Comunque è necessario che avvenga, altrimenti moriremo.

 

Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” – Anno B