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21 Luglio 2013 – 16^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

Fra un santo e un pazzo non c'è nessuna differenza a prima vista, ma se avete discernimento vi accorgerete che ci sono follie ricchissime e ci sono follie da affidare alle cure psichiatriche.

PRIMA LETTURA: Gn 18, 1-10- SALMO: 14- SECONDA LETTURA:  Col 1, 24-28- VANGELO:   Lc 10, 38-42

….C'è nella chiesa cattolica chi presiede all'ortodossia in modo che le parole non si cambino perché è pericoloso, per cui la fede sembra nutrirsi di una fissità immobile. Questo è il pericolo di quella 'domesticità' con Dio e col mistero che caratterizza la tradizione religiosa. Mi avviene di percepire, in persone che usano il linguaggio religioso, una mancanza di consenso interiore al punto tale che si può parlare con quel linguaggio avendo un sostanziale ateismo, una assoluta indifferenza per ciò che quel linguaggio esprime, per l'universo da cui quel linguaggio è emerso un giorno. Questa è l'impressione che spesso io provo nel sentire persone che parlano un linguaggio religioso stereotipo. E' come se dietro non ci fosse niente, come se voi bussate su di uno scenario di cartapesta, sentite che c'è vuoto. All'inverso vi potrebbe capitare di sentire persone che addirittura rifiutano in modo esplicito, se volete perfino blasfemo,certe rappresentazioni e tuttavia vi portano a galla il mistero nascosto, hanno una consonanza sostanziale con ciò che un uomo di fede dice quando parla del mistero di Gesù Cristo. Ho voluto giocare un po' con queste contraddizioni per crearmi un piccolo spazio di riflessioni. Voglio dire questo: chi crede di conoscere Gesù Cristo non lo conosce. Ne ha assunto il simbolo per soddisfare i suoi bisogni di rappresentarsi un mondo con sicurezza in modo che l'aldilà e l'aldiqua non siano separati da un abisso, in modo che i misteri dell'esistenza siano sopraffatti e sistemati sotto un lastricato di cemento armato che tutto accomoda, in modo tale che la fede religiosa diventi produttiva di una sicurezza piatta e banale. Io penso che spesso il nome di Gesù Cristo serve a questi scopi. Chi lo ascolta più? Che vuol dire ascoltare Gesù Cristo? Lo abbiamo già ascoltato! Lo abbiamo appreso dal catechismo! Che significa ascoltare? Perché all'improvviso questa immagine, anch'essa ahimè diventata stereotipa, di Maria che siede e ascolta Gesù diventa potentissima? Perché riabilita la funzione primaria dell'esser uomini di fede: quella dell'ascolto. Non ascoltare le parole che si ripetono, il bla-bla-bla catechistico e religioso, ma ascoltare ciò che ci deve essere manifestato, ciò che lungo i sentieri della nostra esperienza ci può essere detto perché la parole - come dice Paolo - è il mistero nascosto fin dalla creazione del mondo. In che modo mi potrà venire incontro questo mistero nascosto? Quali sono i segni probabili? Qui non ci si muove più in mezzo a certezze squadrate. Grazie a Dio qui viene riabilitato, con i suoi rischi, il discernimento dello spirito. Abituati come siamo, noi figli della civiltà tecnologica, alle certezze assolute abbiamo paura di tutto ciò che non rientra nella meccanica identità.

E' questo un ostacolo storico, non dico assoluto, di cui dobbiamo tener conto perché quando parlo di queste cose uso un discernimento interiore e mi affido al vostro discernimento. Non sono qui a fare una lezione di ingegneria, dico cose che toccano il profondo del nostri spirito, del mistero del nostro vivere, quello che spesso ci afferra e ci sgomenta e spesso si allontana e allora viviamo nella domesticità tranquilla delle certezze ereditarie. Qual è il segno di questo mistero che emerge? E' la diversità per comprendere la quale non abbiamo le cifre adatte. Una diversità che non sia la stravaganza pura, il puro non senso. Anche qui ci vuole discernimento. Fra un santo e un pazzo non c'è nessuna differenza a prima vista, ma se avete discernimento vi accorgerete che ci sono follie ricchissime e ci sono follie da affidare alle cure psichiatriche. Il discernimento è un fatto che non si insegna, si acquisisce attraverso la consuetudine dell'ascolto. Quando arriva a noi il diverso, ricco di senso, che ci provoca, stiamo attenti perché questa diversità ha qualcosa a che fare con questo mistero nascosto. Non è forse vero che noi, come credenti, consideriamo Gesù Cristo come l'uomo nel quale questo mistero si è manifestato, ma non in modo esaustivo perché Gesù era, è e sarà in ogni uomo? Anche qui non dobbiamo identificare Gesù Cristo con la totalità dell'umanità, in una piatta identificazione che annulla la contingenza che si dispiega. Che senso hanno i milioni di anni di storia umana se Cristo è tutto? Che senso ha tutto questo se riduciamo davvero il tutto a Gesù Cristo, come a volte suggerisce un linguaggio fanatico per un eccesso di domesticità? Dobbiamo sapere che il mistero continua, che il mistero dell'uomo non è fermo ma si dispiega con infinita varietà. In molti casi lo vediamo, anche al livello culturale/politico; quello che nuoce agli uomini è l'eccessiva sicurezza delle loro verità domestiche. Potrei fare allusioni anche a cronache politiche dei nostri giorni. Quello che ci colpisce è la sordità enorme di uomini eccellenti che si muovono soltanto dentro la scacchiera delle loro incertezze. Se si introduce una pedina, nel loro gioco di scacchi, che non è prevista, perdono il senno. Forse è necessario che così sia al livello del pragmatismo operativo, può darsi. Una certa efficacia nell'azione si paga con una certa ottusità di spirito. Gli uomini che sono pronti ed efficaci nell'agire spesso hanno dimensioni umane deteriori perché non trovano inciampi, passano sui cadaveri senza accorgersene, seminano scandali ma non se ne avvedono. Forse è vero che chi contrae questa affinità col mistero dell'uomo diventa un po' inetto; può darsi.

Tutto sta però a sapere qual è la parte migliore che si sceglie. Maria rappresenta la donna efficace, l'essere umano che fa quello che deve fare, con ordine, si meraviglia che uno perda tempo e ha la sua ragione. Maria è l'essere umano che ascolta, che coglie l'occasione perché la diversità è entrata nel cerchio familiare e lo sconvolge. Questa disponibilità ad accogliere il diverso come un segnale di Colui che è tutto diverso, cioè Dio, che non può essere espresso perché spezza le categorie di cui facciamo uso quando definiamo gli oggetti, questo Dio che sappiamo di non sapere cosa è, vuol dire infinite cose. Si può trattare della persona diversa, dell'essere umano che ci dà anche fastidio tanto è diverso da noi. Ci sfiora, forse ci apre lo spiraglio su un continente ma noi frettolosamente passiamo oltre perché ci disturba, perché aprire lo spazio al diverso vuol dire impegnarsi a rifare totalmente l'arredo della nostra casa. Introdurre un elemento nuovo in un sistema significa ritoccare tutti i punti del sistema, il che è faticoso. Ecco perché respingiamo l'irregolarità che ci disturba e invece è l'irregolarità che ci fa dà spiraglio per comprendere questo mistero. Il diverso può essere l'avvertimento imprevisto. Ne abbiamo avuti in questi ultimi tempi di avvertimenti imprevisti, troppo diversi dalla nostra rappresentazione domestica della storia e della politica. Allora noi frettolosamente reintroduciamo il diverso dentro le nostre spiegazioni per cui tutto sia chiaro. Abbiamo introdotto la diversità dentro il nostro schema, per essere sicuri come prima. Ma queste sicurezze che si ristabiliscono sono sempre a danno di una cognizione della diversità che invece si dispiega nella storia umana, anche in quella terribile e grande che stiamo vivendo.

 

Ernesto Balducci – da: “Omelie sparse 1989”