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20 Ottobre 2013 – 29^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C

Il volto di un inerme offeso, che guarda con occhi sereni, è terribile come Dio.

 

 

 PRIMA LETTURA: Es 17, 8-13- SALMO:120- SECONDA LETTURA: 2 Tm 3, 14-4, 2 VANGELO: Lc 18, 1-8

 

 

…Se trovo un cristiano che va in chiesa, prega e poi dice: questo mondo non cambierà più, gli dico "miscredente", perché non attende la giustizia di Dio, gridando – non rimandandola per stare tranquillo – giorno e notte. Questo grido è, nel suo asse centrale, come una invisibile corrente del golfo che attraversa la storia. Penso a tutti gli inermi, ai bambini, agli esclusi, ai silenziosi, ai malati, a tutti coloro che sono la spazzatura del mondo e che sono l'asse di questo giudizio sul mondo. Il volto di un inerme offeso, che guarda con occhi sereni, è terribile come Dio. Un volto arrabbiato rassomiglia a me che l'opprimo, ma se mi risponde con serenità mi butta a terra. Il giudizio di Dio pullula, come una fioritura primaverile, da questa mitezza inesplicabile: è la nostra condanna. Questa condizione storica devo non descriverla in una predica ma adottarla come mio luogo geografico e antropologico di esistenza, devo collocarmi in quel luogo che è un luogo in ogni luogo e da lì ritrovare il senso delle parole. Mi domando: ci sarà fede fra qualche anno? o ci rassegneremo? Sentite dire da tante parti, anche da parti serie, che non c'è altra pace all'infuori di quella dell'equilibrio delle armi: è la rassegnazione. Potrei continuare. Ci sarà fede? La nostra intelligenza si sviluppa secondo una esigenza di legittimazione, non di denuncia, dell'esistente. Questi discorsi che rimangono per forza nella genericità di una analisi e di una riflessione globale però poi hanno proiezioni nel quotidiano. Se è necessaria la ricerca scientifica sono necessari i soldi, le aziende militari danno agli scienziati dei soldi perché facciano una ricerca: come si fa? Ci vogliono i soldi e così si entra nella grande macchina, insensibilmente. Questo episodio di cronaca va messo accanto ad innumerevoli di giustizia anche se soffocate in mille modi e deformate dall'euforia del mondo in cui siamo. Ci insegnano fin da bambini a considerarci soddisfatti; siamo popoli civili, abbiamo fatto tanto progresso, i nostri nonni e i nostri padri non avevano quello che abbiamo noi tra le mani, …; viviamo insomma. nell'opulenza. Perché non essere soddisfatti? In realtà c'è una faccia di noi che non lo è: siamo tutti dei primitivi. Ecco perché nel volto paziente, ma ricco di protesta contro questo mondo, di coloro che son fuori della nostra cittadella soddisfatta e opulenta, c'è come il segno di una rivelazione. C'è più forza in quella mitezza che nella collera, se noi la sappiamo leggere bene. In essa risplende il regno di Dio. Le Beatitudini sono anche uno spiraglio di lettura di questa condizione umana. Questi poveri li trovo anche tra di noi, tante volte. Persone inermi, segnate dal male, senza amore e senza affetti che pure hanno una loro serenità, una specie di stupore per un mondo che non ha dato quello che dovrebbe dare. Questo stupore - se la parola fosse adatta a tradurre questo insieme di connotati un po' inafferrabili che ho appena rievocato - mi sembra un segno potente. Anche gli etnologi lo riscontrano nelle tribù emarginate, disfatte eppure piene di serenità, quasi festive. Questo dato di fatto non ha senso nella nostra cultura. Noi comprendiamo l'incollerito ed il rassegnato, non già l'uomo che non è né rassegnato, né incollerito. Ho tentato questa breve analisi per capire che cosa sia la preghiera che sale dalla terra verso il cielo. E' questo grido dei poveri, che però si trasforma in preghiera, in una attesa di giustizia da parte di Dio senza rassegnazione a questo mondo. La nostra macchina civile produce rassegnati: e niente di più triste che i poveri rassegnati alla loro vita, come se essa fosse dettata da una divina provvidenza, fosse legata ad una necessità. Quel mondo ci rassomiglia terribilmente. C'è invece un mondo dei poveri - ed io lo colloco adesso intuitivamente in tutto il pianeta - che pregano anche se sono atei - non faccio il discorso della preghiera esplicita -, che sono già loro una preghiera, sono una attesa incarnata, sono un no a questo mondo, un'apertura verso l'ulteriorità che mai trabocca nella realtà in cui viviamo. Questa preghiera collettiva, che sale dal cuore dell'uomo, è l' asse della visione biblico/profetica della storia. Questi sono i poveri di Dio. Non sono sempre religiosi, perché la religione spesso è una ideologia della rassegnazione. Il grido che sale è un grido silenzioso, che stabilisce una specie di corrente tra l'invisibile e innominabile Dio e l'uomo. È questo il punto di riferimento essenziale di tutta la rivelazione cristiana.

 

Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” – vol. 3