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16 Maggio 2021 – ASCENSIONE DEL SIGNORE – Anno B

16 Maggio 2021 – ASCENSIONE DEL SIGNORE – Anno B

 

PRIMA LETTURA:  At 1,1-11    SALMO: 46     SECONDA LETTURA:  Ef 4, 1-13
 

Vangelo  Mc 16, 15-20
 

 

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... Il regno del Padre riguarda il mondo da Lui creato. Il mondo non è una zattera in cui l'equipaggio aspetta il momento per atterrare, il mondo è l'espressione della realtà di Dio. Noi dobbiamo amare le cose; altrimenti non conosciamo il nostro Dio che è il Dio della creazione e dell'incarnazione. Non è l'Innominabile che sta oltre i confini dove entriamo col morire. Per quanto Egli sia il santo, quindi infinitamente 'altro', però è nel mondo. La mia speranza ha gli occhi in basso. Avere gli occhi volti verso il basso vuol dire avere gli occhi fissi su ciò che avviene nella storia, sapendo che se di Dio posso parlare è guardando in basso che ne devo parlare. L'incarnazione, cioè l'abbandono dei connotati di Dio per diventare uomo, è una dinamica anche per me. Chi sta in alto è contro la logica dell'incarnazione. Chi crede scende, sta in basso, si colloca nel cuore del mondo e il cuore del mondo batte dove il mondo è sofferente e non ha altro tesoro che la speranza. Questa è la prima legge, che va tradotta in imperativi che trovino senso e contenuto nell'orizzonte personale della vita. La seconda è che dobbiamo mirare all' adempimento dell'oggetto della nostra speranza senza mettere le condizioni del tempo. La mia speranza vince il tempo perché ha una giustificazione a priori, non va avanti costruendosi induttivamente sulle cose. Una speranza che voglia costruirsi induttivamente, partendo dai segni che ha attorno a sé è destinata ad infrangersi sulla verità delle cose. Quando noi selezioniamo i dati di fatto per sperare, abbiamo già violentato le cose. Se ho voglia di sperare e guardo l'orizzonte sociale io troverò sempre cinque, dieci, cento punti di appoggio per dire che ho diritto a sperare, ma attorno a ciò che ho scelto c'è ciò che ho rigettato, ho rimosso e che alla fine ha la meglio. I disperati sono tanti per questo. La speranza di cui parlo è connaturata alla fede. La fede - che e, come diceva Dante, «sostanza di cose sperate ed argomento delle non parventi» - mi assicura che certi adempimenti avverranno e che essi già ora costituiscono l'orizzonte dell'esistenza. Esso non e un orizzonte alienante. Lo sarebbe, se tenessi gli occhi al cielo, ma non è alienante perché io guardo con gli occhi il cuore dell'uomo. Questi adempimenti devono realizzarsi nella sostanza stessa della storia che viviamo. Mi piace ripetermeli e dar loro un nome, che sia il nome che usano tutti gli uomini. Se in questa assemblea liturgica dico: «regno di Dio», dico mondo di pace, di fraternità, di giustizia, di amore. Sono parole che io adotto per il principio di incarnazione, dato che se una verità deve dirsi per forza in un vocabolario che non quello dell' uomo, essa non è incarnata se non per finzione. Non solo, ma devo mirare a realizzare questi obiettivi nel tempo, senza fissare scadenze: «a voi non è dato conoscere il tempo». Ecco perché questa speranza diventa imbattibile. Se io dico che Gesù, secondo un linguaggio antico da monarchia orientale, è seduto alla destra del Padre io voglio dire che in Lui si è realizzato l'adempimento, e che credere in Lui significa affermare che l'adempimento è possibile. Egli è come l'ancora gettata nel futuro assoluto. Verso quel punto io mi muovo, ma nel tempo, dentro il tempo, con tutte le peripezie del tempo.

 

Ernesto Balducci - da: "I1 Vangelo della pace" - Vol. 2