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10 Novembre 2013 – 32^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C

10 Novembre 2013 – 32^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C

 

Ma abbandonando la vecchia distinzione nell'umanità fra la massa dei salvati e la massa dei dannati, io ho il diritto e la gioia di pensare che nulla sarà perduto.

 

PRIMA LETTURA: 2 Mac 7, 1-2. 9-14- SALMO: 16- SECONDA LETTURA: 2 Ts 2, 16 - 3, 5- VANGELO: Lc 20, 27-38

 

…Il Dio in cui credo è il Dio del roveto ardente, è il Dio che non risponde definendo se stesso ma affidando all'uomo - a Mosè e ad ogni uomo - il compito della liberazione dei propri fratelli e del mondo intero, perché si adempia la promessa di Dio, il quale - dice la seconda lettura - «è fedele». Questa parola risuona e in modo diverso da come poteva risuonare nella teologia che proprio in Lutero ebbe il suo punto incandescente: Dio salva - così diceva – coloro che hanno la fede, ma chi non ha fede non ha salvezza, ha la dannazione. Per una coscienza libera da questa tendenza alla discriminazione fra credenti e credenti, il «Dio fedele» è il Dio della creazione e Dio ha creato tutte le cose per la vita e per la salvezza. Dio è fedele a questa sua intenzione. Il che non significa che io voglia strappare dalle sue mani il potere di punire anche per la vita eterna. Tutto è nelle sue mani. Ma abbandonando la vecchia distinzione nell'umanità fra la massa dei salvati e la massa dei dannati, io ho il diritto e la gioia di pensare che nulla sarà perduto. Non avrei possibilità di amare Dio se sapessi che dinanzi al suo occhio c'è per l'eternità una massa di dannati. Dio è fedele ed io devo capire che anche il modo di riferirci a Lui - compreso il mio, naturalmente - è relativo, porta su di sé le ombre che passano nella storia, le nuvole che coprono il nostro cielo. Niente c'è di assoluto fuori che questo precetto dell'amore per l'uomo, un amore che abbia premura per l'uomo nella sua condizione concreta. Questo è il Dio della liberazione, il Dio dinanzi a cui tutti vivono. Lo chiamiamo Dio di Isacco, di Giacobbe ... Io posso dire di mia madre o di chiunque altro: i morti sono vivi. Questo Dio della liberazione scende, con la parola di Gesù, nel fondo della nostra condizione storica con alcuni imperativi. Io scelgo quelli che vengono proposti dalla Scrittura di oggi. Nella nostra ansietà, nel nostro bisogno di liberarci hanno molto peso i limiti entro cui la condizione storica ci colloca. Ad esempio, i Maccabei si trovarono a vivere come esponenti e come resistenti nella storia di un popolo sottoposto all'imperialismo dell' epoca. La storia si ripete. Antioco occupava la patria dei Maccabei e imponeva gesti pubblici che erano praticamente forme di tradimento del proprio popolo. Il rifiuto dei Maccabei di accettare certe imposizioni va letto come maniera di testimoniare la fedeltà al popolo oppresso. Noi conosciamo la tendenza di fare un tutt'uno della fedeltà a Dio e della fedeltà alle «patrie leggi», come qui è detto. Quando queste «patrie leggi» vengono invocate come titolo di dominio, di privilegio, allora esse si capovolgono nell' opposto, creano chiusura, angustie e danno lo spirito di crociata. Proprio per le «patrie leggi» sono state fatte «guerre sante». Ecco l'ambiguità della condizione storica. Ciò che vale, dinanzi al potere oppressivo, è la nostra capacità di dare alla nostra lotta legame con il destino di tutte le creature e cioè timbro di universalità. Questa è la caratteristica del cristiano che vive dentro le contraddizioni storiche. Visto a ritroso, il cristianesimo è segnato da tragici fallimenti perché la fede si era inserita dentro la logica del dominio e quindi del particolarismo e quindi dell'oppressione. Questo ci fa ombra più che l’eresia di Lutero. Ci fanno ombra i conquistatori che distruggevano, in nome della croce, gli indigeni del mondo lontano dal nostro. Questo ci fa ombra e ci fa scandalo! Essi erano uomini di morte e non di vita, erano figli della morte e non della resurrezione perché la fede in Cristo era titolo invocato per rivendicare diritti inesistenti nei confronti dei popoli conquistati. La fede nella Resurrezione vuol dir la fede nel Dio che ha promesso la salvezza a tutte le creature che sono balzate e balzano nell' esistenza sull'onda di quello slancio vitale che è come la manifestazione a ventaglio del suo atto creativo. Questo amore per le creature non è romanticismo o semplicemente disponibilità poetica a simpatizzare con l'esistenza dell'universo. È un riflesso di questo amore del Dio che non conosciamo ma di cui le creature sono come lo specchio multiforme. Questa fedeltà al Dio fedele comporta l'abbattimento delle barriere etniche, il rifiuto del Dio etnico che è ancora il nostro Dio: il Dio del trinomio «Dio-Patria-Famiglia», il «Dio con noi»! Da qui anche lo straordinario messaggio che ci viene da coloro che hanno negato Dio in nome dell'ateismo. Nella loro negazione c'è qualcosa che ci appartiene. Hanno avuto ragione, hanno ragione, hanno negato il Dio delle classi, il Dio dei popoli; hanno negato Dio perché altro Dio sul plano storico non era per loro conoscibile. Siamo stati noi a rendere possibile questa negazione totale, questo estinguersi, nel firmamento dell'uomo di ogni stella, di ogni punto di riferimento alla trascendenza.

 

Ernesto Balducci – da “Il Vangelo della pace” – vol. 3