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1 Novembre 2013 – FESTA DI TUTTI I SANTI – Anno C

1 Novembre 2013 – FESTA DI TUTTI I SANTI – Anno C

 

Noi non abbiamo più dei modelli da additare nel passato, salvo qualche eccezione come quella di Francesco di Assisi, perché siamo alle frontiere della cultura che ci ha partoriti.

 

PRIMA LETTURA: Ap 7,2-4.9-14- SALMO: 23- SECONDA LETTURA: 1 Gv 3,1-3 VANGELO: Mt 5,1-12°

 

…Noi abbiamo due coscienze. Una è quella che ci è stata formata nella cultura a cui apparteniamo. E' una coscienza che ha ereditato criteri di giudizio, modelli di vita, valori assoluti. Questa cultura si è così assimilata a noi che la nostra coscienza immediata ne vive. Chi di noi potrebbe rinunciare a certi criteri con cui distinguiamo il bene e il male, con cui costruiamo le nostre comunità di amore, con cui in qualche modo stabiliamo una graduatoria negli uomini che vivono con noi in base ai quali si dà la infrazione delle leggi che abbiamo stabilito e che sono necessarie alla salvezza di questa compagine in cui viviamo e respiriamo? Noi dobbiamo esser grati anche a questa cultura che ha formato la nostra coscienza, nella famiglia e nella scuola, secondo certi criteri che anche se sono discutibili e van discussi, sono però i criteri con cui viviamo il nostro tempo e nel nostro spazio. Non ha senso cercare altre culture da sostituire alla nostra con una fuga in orizzontale che non ci permette di superare il disagio. Ma c'è in noi un'altra coscienza, quella che vorrei chiamare la coscienza prima - che alcuni chiamano inconscio ma la parola è dequalificante- che sta prima della coscienza immediata, che non possiamo conoscere e che tuttavia è l'apertura di fondo della nostra qualità umana verso ciò che trascende tutte le culture. Non siamo stretti dentro la gabbia della cultura in cui viviamo, ma la superiamo e la superiamo nell'attesa di una unità della nostra specie in cui questa coscienza prima -che sta dietro quella seconda che costituisce la nostra cultura, il nostro linguaggio, il vocabolario che sto usando- ci apparenta a tutte le creature che sono in questo mondo. Questa unità potenziale non è un postulato astratto, di là da venire, è già scritta dentro di noi e ci dà la possibilità di comunicare con tutti gli esseri umani, di realizzare un ecumenismo che non è quello delle chiese, è quello degli uomini. La coscienza più profonda ci fa vibrare quando sentiamo, come è accaduto lunedì scorso, la preghiera del capo di una tribù indiana, di un popolo emarginato, decimato, sfruttato dalla religione dominante. Qualcosa vibra in noi perché ogni parola che nasce dalla coscienza prima è adatta al nostro orecchio. E' sufficiente superare l'inciampo delle mediazioni perché sentiamo che veramente siamo sulla terra una sola famiglia, un solo mondo umano orientato verso il futuro. In questa tensione scopriamo le contraddizioni vere, serie del nostro esistere in questo tempo. Fino ad ora siamo vissuti prigionieri nell'isola culturale che ci ha modellato. Anche i santi sugli altari spesso rispondono più ai modelli della cultura che è nostra che non ai modelli della coscienza prima. Ci sono dei santi sugli altari che hanno bruciato le streghe, ci sono dei santi che hanno incitato i crociati ad ammazzare gli infedeli. Sono figli della nostra cultura;anche se qualcosa della coscienza prima si riflette in loro. Noi non abbiamo più dei modelli da additare nel passato, salvo qualche eccezione come quella di Francesco di Assisi, perché siamo alle frontiere della cultura che ci ha partoriti. Per questo i santi, quelli ufficiali,ci dicono sempre meno. Non è per mancanza di devozione, ma perché siamo dislocati in un altro spazio storico, quello in cui batte ormai l'appello al trascendimento della diversità delle religioni, nessuna delle quali ha la pietra filosofale per salvarci. Non sappiamo quel che saremo! Noi andiamo verso un futuro dove la nostra identità recondita si farà palese. In questo momento non possiamo che rifarci alle indicazioni potenti,'profetiche del Vangelo. Dove troverò io, adesso, ora, i rappresentanti di ciò che saremo? Li troverò nei miti, nei pacifici, negli uomini inermi, in coloro che hanno ripugnanza a far forza sull'uomo, in quelli -ammettetelo- che sono gli sconfitti di oggi, che non giocano di furbizia per prevalere, non si appoggiano sui forti per far carriera. Dove li trovate? Ci sono, però sono anonimi, perché su di loro non si posa nessuno sguardo dell'occhio artificiale che è il mezzo di informazione. Non sono degni di entrare nello spazio informativo. Hanno il futuro dalla loro parte perché vivono respirando in quella coscienza prima di cui ho parlato. Forse sono incolti, non hanno titoli di studio, non possono concorrere in questa terribile gara che è la lotta per la vita. In questa innumerevole schiera forse ci siamo anche noi, con una parte di noi stessi, perché per quanto viviamo nelle due società, in quella futura che è già dentro di noi e in quella attuale, prevale in noi il desiderio di una società diversa in cui sia possibile dare a Dio un solo nome. Ora Dio non è Uno, è Molti, perché siamo molti noi, siamo divisi. Dio non lo conosciamo in quanto ognuno lo conosce a modo suo, ma come Egli è non lo conosciamo. Il segreto per conoscerlo è che noi superiamo la nostra divisione. Solo allora potremo dare un nome a Dio; fino ad allora Dio è sempre un idolo della nostra tribù.

 

Ernesto Balducci – da: “Il Vangelo della pace” – vol. 3