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8 Novembre 2020 – 32^ DOMENICA TEMPO ODINARIO- Anno A

8 Novembre 2020 – 32^ DOMENICA TEMPO ODINARIO- Anno A

 

Quel che decide non è un più di sapere ma è un più di amore. Noi abbiamo bisogno di questo più di amore. Tutta la nostra cultura è nata all'interno di orizzonti particolaristici anche se non ce ne siamo accorti.

 

PRIMA LETTURA:  Sap 6,12-16- SALMO: 62- SECONDA LETTURA: 1 Ts 4,13-18- VANGELO:  Mt 25,1-13

 

…La vita di Gesù non è la vita di un filosofo che dopo essere stato nel silenzio, nella meditazione, annuncia ai suoi discepoli una dottrina esoterica. Gesù camminava sul sentiero umano e lo faceva in modo tale che se noi ce lo rappresentassimo fino in fondo avremmo scandalo di Lui. «Beati coloro che non si scandalizzano di me». Gesù non era che un uomo accanto agli uomini: solo chi ha capito questo può parlare di Lui come Dio. È questa la sapienza di cui abbiamo bisogno. Essa ha le stesse dimensioni dell'amore e poiché noi viviamo in un tempo in cui la distinzione fra il privato e il pubblico si annienta, in cui anche le decisioni private hanno riflessi pubblici e le decisioni pubbliche hanno riflessi potenti sulla vita privata, abbiamo bisogno di una sapienza che si estenda per tutto l'arco delle nostre responsabilità. Ecco perché io penso che oggi il frutto più alto della sapienza è quello che ci porta ad intendere il nostro tempo con amore e cioè a cercare nel nostro tempo la pace. Quando diciamo pace, nel linguaggio che è contestuale al rito che celebriamo la domenica, noi parliamo di una pace totale, che investe il modo di rapportarci al prossimo, le relazioni pubbliche fra i popoli. Questa è la luce della sapienza. Se io metto due uomini di pari competenza, due grandi scienziati, a discutere sul pericolo di guerra e di pace, essi, a parità di cognizioni, possono dividersi per diversità di amore. Se uno dei due è appassionato per la salvezza dell'uomo e ha già deciso che l'uomo non deve uccidere l'uomo, troverà nelle cognizioni che ha in possesso i punti di appoggio per la sua tesi di sapienza; l'altro troverà negli stessi dati argomenti per sostenere il prolungamento dell'attuale situazione che è quella dell'equilibrio del terrore. Quel che decide non è un più di sapere ma è un più di amore. Noi abbiamo bisogno di questo più di amore. Tutta la nostra cultura è nata all'interno di orizzonti particolaristici anche se non ce ne siamo accorti. Un tempo un fiorentino con il suo linguaggio culturale, parlava dell'uomo con la U maiuscola. Qui è nato l'umanesimo. Ma quando qui nasceva l'umanesimo, c'erano ancora oltre l'Atlantico, gli Indios e nell'Africa i negri che dell'umanesimo nulla sapevano. E noi credevamo di parlare dell'uomo. Si parlava di noi, della nostra isola. Solo oggi noi non possiamo più parlare di umanesimo senza vergognarci se questo umanesimo non prende le sue misure con ogni uomo, anche col negro. Ecco perché ci vuole un di più di amore, oggi. Non è facile. La spinta del passato, che è una specie di forza di inerzia, ci soffoca. Anche nei discorsi di uomini politici, senza distinzione fra i migliori o i peggiori, c'è una insularità culturale che fa paura. Se noi non ci preoccupiamo, non dico della fame del mondo - per tornare ad un tema, mi vergogno di dirlo, vieto, tanto se ne parla sterilmente, senza conseguenze - ma di tutte le attese umane e a dimensione politica, delle attese sociali del mondo intero, senza passare da qui, il nostro discorso non è sapiente. Potrà essere vantaggioso, machiavellicamente efficace, ma nell'immediato la catastrofe si avvicina, il rischio della fine aumenta, perché l'esser molto intelligenti, all'interno di un sistema falso, è un pericolo, in quanto l'intelligenza deduttiva porta alle estreme conseguenze i mali insiti nel sistema. Un certo empirismo rimedia da sé ai propri errori ma la deduttività dell'intelligente, in un sistema erroneo, è micidiale. Noi dobbiamo, ricordiamocene, uscire fuori dai perimetri del sistema per sedere accanto all'uomo e aspettare che la sapienza venga. La sapienza viene proprio nell'incontro con l'uomo. E lei che ci sta cercando. Se noi incontrando in città, a Firenze, un negro ci sedessimo con lui perché ci raccontasse la sua storia, noi ci vergogneremmo! La sapienza viene attraverso il volto degli uomini di colore, ma noi non ce ne curiamo o al più siamo caritatevoli, facciamo opera di assistenza ma non ascoltiamo la sapienza. Se noi chiedessimo a un ragazzo che si smarrisce nella droga e nella violenza perché ci racconti la sua vita, la sapienza verrebbe a noi. Ma noi non ascoltiamo, noi prepariamo le strutture per relegarci i delinquenti e i drogati, ma non ascoltiamo. La nostra è una cultura che produce da sé i propri rimedi, i propri strumenti e i propri progetti, ma non ascolta più. Torno al punto di partenza. Il nostro modo di vivere l'attesa della fine deve essere di tenere la lampada ricolma di olio. Questo olio è la sapienza che si deve esercitare nella dimensione del quotidiano. Se pensate a tutte le volte che avete scansato un incontro, avete scansato un ascolto, vi siete sbrigati per una presenza inopportuna... forse avete contato le occasioni in cui la sapienza stava per venire verso di voi e voi non l'avete voluta ascoltare.

                                                                        

Ernesto Balducci – da: “Il vangelo della pace” – vol. 1