Messaggio di errore

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7 Luglio 2019 – XIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C

7 Luglio 2019 – XIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C

 

Le sfrenatezze di cui ci parlano le cronache, le violenze di ogni genere, anche nella vita privata, che a volte ci lasciano con il fiato sospeso, sono la suppurazione disgustosa di una fisiologia accettata. Non voglio, naturalmente, descrivere un processo con i caratteri della ineluttabilità, che poi sarebbe come dire «rassegniamoci!». Questa è la fragilità del Vangelo.

 

PRIMA LETTURA: Is 66,10-14c- SALMO: 65- SECONDA LETTURA: Gal 6,14-18- VANGELO: Lc 10,1-12.17-20

 

…In questo momento mi torna in mente quanto, agli inizi della civiltà industriale, un grande ideologo disse circa la città produttiva, che è poi la nostra città. La città ha bisogno, strutturalmente, di incentivare i vizi privati perché senza quei vizi essa non va avanti. Una città di gente morigerata è una città povera. Occorre che i singoli cittadini abbiano molti appetiti e voglie e se non ci sono occorre svilupparli. Noi siamo dentro questa città. È raro, anzi non capita mai che dai mezzi di comunicazione ci vengano raccomandate le virtù, l’equilibrio, la cultura, la tranquilla lettura. Siamo considerati come dei voraci consumatori che se danno qualche segno di stanchezza nella voracità vanno di nuovo rimessi in moto perché più siamo voraci e meglio va. È la città. Non è la città perversa, è la città dove la competizione è la molla dell’arricchimento comune. La prosperità di cui parla Isaia, come di un fiume che viene dall’alto, sappiamo scientificamente cos’è: la prosperità è il frutto dei vizi privati. Vizi privati – pubblica prosperità. Questa è la verità ripetuta, naturalmente con semplificazione di linguaggio, dai testi sacri della civiltà competitiva. Ma ogni civiltà è così. Non dobbiamo pensare che ci siano stati tempi antichi in cui la gente era buona. Questa è la condizione dell’uomo. Per questo è una condizione antica, vecchia. Quando in questo contesto leggo le parole di Paolo: «Non conta la circoncisione o la non circoncisione ma l’essere una nuova creatura» mi domando: la nuova creatura qual è? Una nuova creatura sarebbe quella capace di vivere senza entrare in questo gioco. Come è possibile? Di fatto non è possibile. Anche i più morigerati devono accettare delle regole. Francesco ci provò proibendo, ad esempio, l’uso del denaro. Ma come si fa? Non si può. Allora entriamo nel gioco e ci entriamo cercando di usare, in questa nostra comune partecipazione alle sorti collettive, il senso della giustizia, dell’equità ma poi gli effetti li abbiamo sempre sotto i nostri occhi e sono gli effetti della violenza, che è già nelle regole. Fino a che sta nelle regole la violenza non sembra tale. Se noi passiamo mezza giornata in un convegno di uomini della finanza scopriamo che sono persone civilissime e brave, lo dico senza ironia. Non ha importanza poi sapere se, ad esempio, i profitti di cui quelle banche godono si hanno attraverso la terribile emarginazione razzistica. Molti profitti delle nostre banche vengono dal Sud Africa. Cosa ne sappiamo noi? Viviamo dentro le regole e perciò siamo civili, giusti. Come vi ho detto più volte, dobbiamo mantenere un sospetto su questa onestà nostra che è una sottilissima omertà di galantuomini. Come si fa ad uscirne? Questa è la domanda che dobbiamo fare. Da una parte sentiamo che dovremmo uscirne perché altrimenti la violenza l’avremo sempre sotto i nostri occhi. Le sfrenatezze di cui ci parlano le cronache, le violenze di ogni genere, anche nella vita privata, che a volte ci lasciano con il fiato sospeso, sono la suppurazione disgustosa di una fisiologia accettata. Non voglio, naturalmente, descrivere un processo con i caratteri della ineluttabilità, che poi sarebbe come dire «rassegniamoci!». Questa è la fragilità del Vangelo. Cosa è successo e cosa succede lungo la storia? Anche i successori dei discepoli hanno imparato le regole e quindi se vogliono diffondere il Vangelo debbono seguire le regole, la competizione. E così l’annuncio del Vangelo è diventato proselitismo. In questo brano, nella consegna di Gesù, non viene detto ai discepoli: «Andate, conquistate le persone, unitele a voi, fate gruppo, fate partito, fate Chiesa». No! Viene detto: «Andate, dite “pace a questa casa”» e via, senza prender nota, nome cognome ed indirizzo. Questa è la fragilità visibile del Vangelo perché non risponde alle nostre aspettative. Ma dove voleva arrivare Gesù? Si dice: «Creò la Chiesa». Ma quando diciamo Chiesa diciamo Chiesa nel nostro senso? Una organizzazione contro le altre, fuori delle altre, che semina sgomento in quelli che sono fuori dei confini sui quali incombe la minaccia della dannazione? È questo che voleva Gesù? Non credo. Gesù viene ad annunciare la pace a tutti coloro che amano la pace. Vi direte: c’era bisogno di tanto? Ebbene: c’è bisogno di tanto perché l’annuncio del Vangelo è come la rivelazione che ogni giorno dobbiamo ricominciare da capo. Avere fede vuol dire questo. Se domando ad uno se gli riesce facile credere in Dio può darsi che mi dica: mi è molto difficile. Lo capisco. Ma se gli dico: credi tu che il mondo domani sarà totalmente in pace? Se è serio mi dice: non ci credo. È molto più difficile credere alla pace che credere in Dio, perché poi Dio ce lo creiamo simile a noi, anzi alla fine diventa una garanzia del nostro modo di vivere. Gesù in questo brano ci apre invece uno spiraglio che fa affidamento sulle nostre aspirazioni profonde, quelle di essere una nuova creatura e di realizzare una nuova creazione, un nuovo mondo in cui il messaggio che ci si scambia reciprocamente è «Pace!». Non è un messaggio soltanto, è un modo di essere. Attraverso le ineluttabili risorse – quando dico ineluttabili so che dico una parola pesante e contraddittoria per ciò che auspico – della competizione dobbiamo introdurre lo spirito e lo stile della pace, dobbiamo riprendere la pianta-uomo dalla radice perché è lì che si annida il contrasto che nei parametri vasti della città ci sgomenta – e su quelli della politica tradizionale peggio ancora – il contrasto fra l’essere per la pace e l’essere per la competizione. Da questo spirito di competizione viene tutto…

 

Ernesto Balducci – da “Gli ultimo tempi” – vol. 3