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6 Ottobre 2019 – XXVII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

6 Ottobre 2019 – XXVII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

 

Si crede in Dio guardando la cronaca dei delitti anche dei delitti di questi giorni. Si parla di Dio col giornale sotto gli occhi perché è questo il mondo su cui Dio si è impegnato. È su questo mondo che Dio ha firmato la cambiale col profeta Abacuc e con tutti i profeti. Questo è un dato importante per domandarci, anche, se la nostra fede è fede.

 

PRIMA LETTURA: Ab 1,2-3; 2,2-4- SALMO: 94- SECONDA LETTURA: 2Tm 1,6-8.13-14- VANGELO: Lc 17,5-10

 

Non c'è nessun dubbio che una ragione della debolezza della nostra fede è la smentita dei fatti. Le cose vanno, nella nostra vita privata e pubblica, in modo diverso da come ci è stato promesso. Sono venti secoli che parliamo della pace di Cristo ma la pace non c'è. Sono venti secoli che proclamiamo le beatitudini ma i poveri sono tutt'altro che beati, i pacifici non sono per niente beati, i perseguitati continuano ad essere perseguitati. La realtà è opaca, spessa, contraddice alle nostre certezze. E la fede appare inutile, non modifica nulla, non dico non muove le montagne e non sradica i gelsi, ma non muove nemmeno un sasso. È una certezza inutile - dicono alcuni - consolatoria, che apre spazi accanto alla realtà, spazi in cui uno, ignorando la realtà, si rifugia, si rallegra e gode. È su questa linea che, a mia esperienza, si sviluppano e prendono concretezza le obiezioni contro la fede. Del resto anche a livello della cultura maggiore, quella scritta sui libri, è proprio questa l'obiezione di fondo contro la fede. Il credente sa bene che non ha prove da opporre che siano dello stesso ordine delle obiezioni. Ad ogni trasformazione derivata dalla fede cristiana (e ci sono episodi grandi nella storia della fede) si passano opporre più numerose controprove. Del resto le parole che avete ascoltato del profeta Abacuc si riferiscono al settimo secolo avanti Cristo. « Perché mi fai vedere iniquità e resti spettatore dell'oppressione? Ho davanti rapine e violenze e ci sono liti e si muovono contese ». Sono passati ventisette secoli e la scadenza di Dio non è avvenuta. È giusto dunque che la nostra riflessione sia realistica: lo vuole la Parola di Dio, anche la Parola di Dio oggi. Innanzi tutto non ogni fede è fede. Noi siamo così abituati a collocare e a diluire la specifica fede cristiana dentro la generica fede delle religioni (o della religione) o anche la semplice fede di ordine morale e psicologico, da dimenticare poi che la fede cristiana ha come suo oggetto proprio - qui la cosa è ribadita in modo estremamente antropomorfico e realistico - l'impegno che Dio ha preso. Egli ha fissato una scadenza, anzi, dice al profeta: « Scrivila sulla tavoletta, questa promessa, per non dimenticartene ». La mia fede non è la fede « in Dio» ma la fede « nel Dio che» mi ha assicurato che questo mondo di violenze, di rapine, di oppressione e di disumanità finirà e se la fine indugia devo attenderla perché verrà non tarderà. Quindi, intanto, per una autenticità della mia fede io devo stare attento a non seguire i semplici moti psicologici della religiosità naturale, come se essi fossero attinenti al Dio di Gesù Cristo, al Dio della promessa. C'è una religione che sfugge, che aliena ma il Dio in cui credo è un Dio che ha stretto un nodo così profondo e inscindibile con la mia preoccupazione dentro la storia, con i miei scandali di fronte ai fatti, che è in questo luogo che io devo credere, cioè a questo livello, non mettendomi fuori dalla oppressione, voltando le spalle al mondo dell'oppressione e dimenticandomene negli eremi della contemplazione, nelle più pure oasi spirituali dove si canta « amore» e ci sembra di amare, si canta « pace» e ci sembra di essere in pace.  Si crede in Dio guardando la cronaca dei delitti anche dei delitti di questi giorni. Si parla di Dio col giornale sotto gli occhi perché è questo il mondo su cui Dio si è impegnato. È su questo mondo che Dio ha firmato la cambiale col profeta Abacuc e con tutti i profeti. Questo è un dato importante per domandarci, anche, se la nostra fede è fede. I profeti ci insegnano a pregare in modo tutt'altro che mellifluo e spirituale: «Mi fai vedere l'iniquità e resti spettatore ». Ecco una preghiera inconsueta, quasi un rimprovero. Tu, o Signore, mi fai vedere il trionfo dei violenti e mi parli della condanna dei violenti; mi dici che i potenti saranno deposti dai troni e invece ci sono ancora. Ecco un modo di pregare, un modo « vero» di pregare. La fede passa attraverso lo scandalo - non accanto, sopra, sotto - ma attraverso lo scandalo. Questo scandalo lo viviamo anche noi oggi, anzi più complicato. Non possiamo dire che i credenti sono dalla parte della non violenza mentre i cattivi sono i violenti. Qui non si capisce più nulla. Non sappiamo dove sono le meccaniche della violenza. A volte pare siano nei luoghi sacri, anche. Non possiamo scansare lo scandalo. Abitare dentro lo scandalo significa abitare nel luogo in cui Dio ci ha dato appuntamento. Fuori non c'è. E aver fede che significa, allora? Significa esser certi che questo scandalo finirà. Non solo esser certi, che è un fatto soggettivo, ma vivere di questa certezza, impegnarsi lungo questa certezza. Ed ecco la Lettera di Paolo a Timoteo. Paolo parla in carcere e dice a Timoteo: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza ma di forza ». Lo dice con le catene. I maestri della fede sono in catene. Non sono dalla parte dove si fabbricano le catene. Egli, Paolo, ha portato il messaggio di un mondo non violento essendo in catene. Perché è in catene? Non per incidenti strani ma per logica oggettiva, perché il messaggio cristiano, se non compromesso con la logica del potere, è un messaggio totalmente alternativo a quello della violenza. La violenza non è solo quella che insanguina le piazze. Oggi lo sappiamo meglio di ieri. È quella che si organizza a volte nascostamente dietro le ombre della legalità. L'impero romano era violenza e il messaggio evangelico era direttamente volto a colpire nel cuore l'ideologia che lo reggeva. Ecco perché era giusto che andassero In prigione e morissero martiri gli annunciatori della non violenza totale, perché parlare di Gesù, principe della pace, condannato e crocifisso dai violenti significava  aprire una pagina segreta dinanzi agli occhi degli uomini. Questa pagina - che sempre tenta di chiudersi e noi sempre riapriamo - dice che è possibile un mondo diverso. E che è possibile non lo chiediamo alla nostra immaginazione prospettica, lo chiediamo a Dio. Egli si è impegnato. Non tarderà, quel mondo: attendilo e opera con forza, non con timi

 

Ernesto Balducci  da: “Il mano e il fuoco”  - vol. 3