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5 Gennaio – 2020 – II DOMENICA DOPO NATALE – Anno A

5  Gennaio – 2020 – II DOMENICA DOPO NATALE – Anno A

 

Pericoloso è chi ha in sé una certezza universale perché ha in sé l'atomo la cui scissione può far esplodere il mondo intero. Purtroppo i fanatismi religiosi sono una piaga incredibile nella storia.                                          

 

PRIMA LETTURA:  Sir 24, 1-4. 8-12- SALMO:147- SECONDA LETTURA:  Ef 1, 3-6. 15-18- VANGELO:  Gv 1,1-18

 

... La sapienza è una qualità che non si acquista con la cultura, anzi che è, se la cultura è consapevole dei propri limiti, in perenne dialettica con la cultura e noi ne possiamo avere l'esperienza. Se io guardo i ricchi, o i Sette paesi ricchi del mondo nei loro rappresentanti, sono portato a dire: Beati noi! o Beati loro! Se invece li guardo con l'altro occhio dico: Beati i poveri! Chi ha ragione? La Sapienza non guarda con l'occhio costituito. Secondo quest'occhio sono beati i ricchi, quelli che hanno successo, e via via. Invece secondo quest'altro occhio la beatitudine è altrove. Noi siamo, quanto meno, duplici. La sapienza consiste in quella luce che sveglia, che illumina l'occhio profondo che sul piano empirico del vivere non è una felicità. A volte siamo portati ad invidiare quelli che hanno solo un paio d'occhi, quelli che ci vogliono. Ma appena appena un dono di sapienza ci sorregge, ci prende quanto meno il sospetto che essi siano ciechi. "Hanno occhi e non vedono - dice il Signore -, hanno orecchi e non sentono». Quest'occhio più profondo, illuminato dalla Sapienza, ci unisce a tutte le creature. La cecità parziale, o una forma di daltonismo mentale deriva dalla nostra immanenza totale dentro il mondo a cui apparteniamo. Se guardiamo il modo di vivere di tribù lontane spesso ci viene da sorridere o abbiamo pena. Li sentiamo così altri, così diversi: non sono uomini! Lo abbiamo detto e ne abbiamo tirate le conseguenze. Ma se partissimo dal presupposto che, in realtà, fin dalla creazione del mondo la Sapienza ha improntato se stessa in tutte le creature che esistono? Che il nostro compito è di scoprire questi germi di Sapienza ovunque disseminati? Il martire cristiano Giustino diceva che c'è un "Verbo disseminato dovunque". Non lo dobbiamo dire per creare una premessa per l'appropriazione ma per andare a cercarlo. Scrutiamo la Sapienza che è in ogni essere umano e in ogni gruppo umano. Questa è la spinta che dobbiamo avere. E infatti, calcando schematicamente, e quindi con qualche ingiustizia, le cose, potrei dire che la diversità fra l'ottica veterotestamentaria riguardo alla Sapienza e l'ottica di Gesù è che secondo la prima ottica si dice: "Tutti i popoli verranno sul monte di Sion", ma Gesù, quando si commiata dai suoi, dice: «Andate fino ai confini della terra". La spinta è centrifuga, non centripeta, cioè non segue l'impulso etnocentrico, che è la nostra terribile tentazione, ma lo contesta. Questa spinta è la spinta della Sapienza. Noi oggi siamo nella necessità di rinvigorire questa certezza per ritrovare un occhio evangelico che è l'occhio sapienziale. Ecco perché spesso mi dà fastidio, ma è un fastidio di derivazione culturale, quando sento parlare di cattolici, protestanti, ortodossi ... Questi sono occhi discutibili, e lo sappiamo bene! L'occhio cattolico - cattolico vuol dire universale! - ha visto le cose dividendole e usando, secondo le possibilità, o la scomunica o la spada. Ma non è che gli altri vadano meglio! Un occhio evangelico è un occhio sapienziale per cui queste divisioni non contano, sono il frutto del nostro egocentrismo, o di tipo individuale o di tipo collettivo. Le preoccupazioni di dividere le competenze sono detestabili. Gesù ha abbattuto le mura del tempio perché il tempio divide. Ha superato la legge perché la legge unisce ma divide, separa dagli altri. Questa è la novità straordinaria che è tutta, come voi capite, da riscoprire. Il fatto curioso è che quando ci si misura con il Vangelo sentiamo che bisogna ricominciar daccapo e credo che sarà sempre così, perché, per un verso, noi non possiamo affatto svaporare nell'indeterminato, nell'etereo, nell'extra temporale: siamo figli del tempo. È il nostro limite. Dall'altra, in quanto optiamo per questa Sapienza, usciamo fuori dal nostro tempo. Però non si può vivere questa duplicità senza tribolazione e senza pagare un qualche tributo alla nostra finitezza, alla nostra limitatezza storica. Non c'è santo, che io guardi nel passato, nemmeno Francesco d'Assisi, che non abbia pagato il tributo alla sua immanenza a quella data cultura che io non devo accettare. Ecco la duplicità inevitabile. Però è una duplicità che se sopportata con umiltà e fecondità, è ricchezza. In questo momento io penso, ad esempio, come sia possibile applicare questo schema che ho suggerito a tutte le altre grandi esperienze sapienziali e religiose della terra, perché io parto dal presupposto che la Sapienza c'è anche nei libri Vedici, anche nel Corano. La Sapienza è dovunque. Non devo bruciare i libri, devo scoprire che Sapienza c'è. In questo momento il mondo musulmano vive in maniera drammatica questa sua immersione nei suoi confini culturali dove si nascondono ragioni storiche, fin troppo comprensibili, al risentimento, alla rivincita. Però nella fede islamica c'è una grande verità, quella del patto primordiale fra Dio e Adamo   come primo uomo, cioè con l'umanità. C'è la certezza che tutti gli uomini sono intimamente 'musulmani', che vuol dire uomini di fede perché questa Sapienza primordiale illumina ogni uomo. Noi dovremmo aiutare il musulmano non a convertirsi a noi ma a convertirsi alla radice sapienziale della sua storia di fede, che poi è un modo di convergere. E così potrei dire delle altre religioni. C'è una scintilla alle origini che nella incarnazione storica è rimasta imprigionata dentro il particolare che è diventato più terribile perché carico di questa energia atomica che è l'intuizione di partenza. In fondo uno scettico assoluto è anche una persona tollerabile: non crede in nulla, non è un fanatico. Pericoloso è chi ha in sé una certezza universale perché ha in sé l'atomo la cui scissione può far esplodere il mondo intero. Purtroppo i fanatismi religiosi sono una piaga incredibile nella storia. Non dobbiamo subordinare l'occhio sapienziale al nostro sguardo che ci è stato dato dalla cultura di cui siamo figli e che prima o poi morirà perché tutto è perituro. Solo la Sapienza non muore perché essa non è dentro il tempo ma prima del tempo. Quando diciamo prima non vogliamo alludere soltanto ad un momento cronologico ma alludiamo ad una gerarchia assiologica: sta da principio ciò che è costitutivo. Questa Sapienza è costitutiva della nostra universalità a cui siamo chiamati con impellenza dai tempi che stiamo vivendo, che dovrebbero essere i tempi della comunione sapienziale fra tutti gli esseri. Io sogno un cristiano che invece di andare a convertire gli altri facendoli come se stesso, vada a scoprire negli altri la Sapienza che c'è: "il regno di Dio è già fra di voi". Noi dovremo far crescere ciò che già c'è, che è un processo inverso. Dobbiamo convertirci agli altri, cioè alla Sapienza che è negli altri. Se così facciamo siamo infedeli al nostro particolarismo. Questo è un procedimento che dobbiamo avviare con tutte le difficoltà, anche concettuali, che questo comporta ma è questo, a mio giudizio, l'imperativo storico, il momento opportuno nella storia dell'umanità in cui il dono della Sapienza dovrebbe aprirci gli occhi. Vorrei chiudere ripetendo, dopo quel che ho detto, il bell'auspicio di Paolo: "Possa Dio illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati".

                    

Ernesto Balducci – da: “Il tempo di Dio” le ultime omelie.