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4 Agosto 2019- 18^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Anno C

4 Agosto 2019- 18^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Anno C
 

Se vivo in modo autentico la fede in Cristo capisco bene che i miei veri avversari non sono gli atei, che hanno ragione ad essere atei quando il nome di Dio copre ogni ferocia; essi sono diventati atei spesso per pietà verso gli uomini. I miei veri nemici sono gli idolatri, quelli che propongono gli idoli del giorno.

 

PRIMA LETTURA:  Qo 1,2; 2,21-23- SALMO:  89- SECONDA LETTURA:  Col 3,1-5. 9-11-VANGELO  Lc 12,13-21

 

 

…Per poter vivere in un atteggiamento di amore, di compassione, di nonviolenza, non basta sposare una ideologia, scegliere un partito politico, inserirsi in un movimeto: occorre una conversione di fondo – quanto è difficile! me lo dico spesso – che consiste nel coabitare con la nostra morte, nel riappropriarcela come un momento della vita, come una sua misura, come una sua fragilità, come un suo limite. Certo questo ci pesa, perché i momenti di gioia vogliamo renderli assoluti espungendo ogni ombra: ma noi paghiamo questa follia, perché nel nostro cuore entra la tracotanza. Rendere assoluto il momento della nostra vita, eliminando il negativo, questo è l’errore. È la stoltezza. È bene he ci ricordiamo: «Vanità, tutto è vanità». Chi sposa, il giorno delle nozze, dovrebbe dirsi: «Vanità, tutto è vanità». Lo so che questa è una predicazione rischiosa. Il rischio è che questo discorso recida il nerbo, gli slanci della nostra partecipazione. Ma il suo scopo è di dare alla nostra partecipazione, la più larga possibile, alle opere e ai giorni dell’esistenza, questa saggezza interna, questo suo limite, questa sua umiltà, questa sua pietà. Chi fa così non alza mai la mano conro l’uomo perché non esteriorizza mai il proprio nemico. Il nostro nemico è la morte che abbiamo in noi.  Usciamo così da questo slittamento – che è l’alienazione di fondo – secondo cui la morte ci viene dal di fuori e noi la identifichiamo con i nostri nemici per abbatterla. La morte è dentro. Basta viverci insieme. E viverci vuol dire accettare il nostro limite, sentire come sono brevi i nostri giorni, avvertre come sono fragili gli equilibri di cui ci siamo rallegrati e non fare come l’uomo della parabola che ha un grande raccolto e dice: «Farò un granaio immenso» e la voce gli dice: «Stanotte morirai». Se volete sono antiche, viete massime, ma ricomponetele nell’idea di fondo che ho voluto esprimervi. È una mia personale riflessione che ho il diritto di comunicarvi. Tante cose mi sono capitate e mi hanno qui ricondotto e sento che quello che sto dicendo non è di per sé nocivo all’impegno nelle militante sociali, politiche, nell’amore tra l’uomo e la donna, nella gioia della famiglia: è soltanto un quoziente di sapienza che ci contiene dentro i limiti creaturali, ci porta ada accettare il provvisorio consapevolmente e a tenerci lontani da ogni idolatria. Allora in questa sapienza del nulla – la chiamerò così – ci si affollano intorno tante eredità e tante testimonianze: dalla sapienza orientele in cui la riflessione sulla morte ha avuto sempre così grande importanza fino a suggerire loscherno da parte dell’occidente (che invece è per la vita e ha fatto i missili) alle parole dei grandi poeti pessimisti che ci hanno messo in guardia dall’illusione con cui ci rifugiamo in paradisi artificiali, immaginari. Questa sapenza del negativo è una grade cosa e io penso fraternamente di consigliarvela. La fede passa di qui, o meglio: questo è un varco attraverso il quale si va alla fede. Ci sono altre porte per arrivare alla fede, ma esse sono tutte sbagliate, lo sappiamo. Abbiamo avuto dei credenti con la spada e abbiamo oggi dei credenti con i missili. Essi non sono passati per questa porta. Dice qui la Scrittura: «Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo di Dio». Esser morti vuol dire non credere che il denaro è tutto, che la patria è l’assoluto, che la libertò occidentale va difesa anche con i missili: non credere a queste menzogne. Chi passa attraverso la spoliazione, l’annientamento, sa ritrovare il senso della vita nell’amore per gli uomini, in questa specie di solidarietà, di comunione universale di cui parla diettamente Paolo quando dice «vi siete spogliati dell’uomo vecchio (e l’uomo vecchio è quello che presume di avere la vita, il progresso, la civiltà) e avete rivestito il nuovo  che si rinnova per una piena conoscenza ad immagine del suo creatore». Qui non c’è più greco né giudeo, non c’è più occidentale o orientale, capitalista o comunista, nessuna di queste distinzioni ha senso a questo livello, dove noi costruiamo le trame della nostra pietà universale, dove noi distruggiamo le condizioni le condizioni mentali e psicologiche che ci fanno alzare l’arma contro i nemici, dove noi troviamo la fraternità. «Non c’è barbaro o scita, schiavo o libero». Tutte queste distinzioni scompaiono. Ecco la vera universalità che si ritrova attraverso l’accettazione della morte, attraverso un’introiezione della verità che tutto è vanità. Se voi questa verità la buttate fuori, starete meglio, ma peggio per voi perché quella verità vi ricadrà addosso. I maestri di questa sapienza negativa sono dovunque. Se vivo in modo autentico la fede in Cristo capisco bene che i miei veri avversari non sono gli atei, che hanno ragione ad essere atei quando il nome di Dio copre ogni ferocia; essi sono diventati atei spesso per pietà verso gli uomini. I miei veri nemici sono gli idolatri, quelli che propongono gli idoli del giorno. Ogni idolatria è alienazione, sia perché nega la verità di Dio, sia perché nega la verità dell’uomo. Di idolatrie oggi ne abbiamo infinite. La fede non mi mette contro nessuno, corre in difesa dell’uomo, di ogni uomo. Nasce di qui quell’etica della nonviolenza che non è la pura rinuncia all’uso degli strumenti di aggressione, ma è un nuovo modo di guardare gli altri. È un modo che abbatte tutte le pareti. Il so bene che siamo in un insieme di tribù feroci. Non posso domenticarmelo. Ma quando ho compreso ed ho vissuto nel mio profondo questa comunione con tutte le creature, so che cosa si dovrà fare ad un tavolo di trattative, in un’urna elettorale…, in tutti gli altri momenti.So dove deve volgere il mio gesto. La nostra non è una sapenza consolatoria, fuori della storia: è una sapensa che attraversa con la sua illuminazione tutte le opere interne al relativo, al nostro breve giorno terreno.

 

                                                                                          

 Ernesto Balducci – da: “Il Vangelo della Pace” – vol. 3