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3 Gennaio 2021 – 2° DOMENICA DOPO NATALE-Anno B

3 Gennaio 2021 – 2° DOMENICA DOPO NATALE-Anno B

PRIMA LETTURA:  Sir 24, 1-4. 8-12   - SALMO: 147 -  SECONDA LETTURA:  Ef 1, 3-6. 15-18 - VANGELO:  Gv 1,1-18 

 

 

            …Noi viviamo, per forza di cose, si voglia o no, con una coscienza planetaria. Specie i giovani (che non hanno avuto l’acculturazione eurocentrica, chiusa nel mondo umanistico che abbiamo avuto noi) sentono facilmente òa relatività di quello che noi consideriamo assoluto, perché essi confrontano – per necessità, ormai – le esperienze del pianeta con l’eredità domestica e si accorgono che quel che sembrava oro, oro non è.

Allora riprendiamo le misure dell Sapienza. È uno degli aspetti più tipici degli uomini di fede di oggi, che anche nelle loro letture nei loro incontri – come diceba Bonhoeffer, il grande martire cristiano del naziamo – preferiscono più l’incontro con i non credenti che con i credenti; più la lettura dei libri dei non credenti che dei credenti. E non per disaffezione alla propria famiglia, ma per una specie di sete di una sapienza che venga da altrove.

E cos’è Gesù Cristo in questa epopea inenarrabile della Sapienza che precede le cose e le riempie di senso? È l’uomo in cui questo senso o –con antichissima parola – questo logos, questo Verbo si è fatto visibile. La divinità del Cristo è la presenza totale in Lui di questo senso delle cose. Per sapere qual è la sapienza con cui le cose sono state create noi ci riferiamo a Gesù Cristo in quanto la sua vita, la sua parola, la sua morte, la sua Resurrezione, sono la manifestazione peina del senso che è in tutte le cose. Il senso del mondo è in Gesù Cristo. Ma questo lo affermiamo non in senso esclusivo, quasi che intorno a Lui ci sia il puro vuoto e la pura tenebra, ma in senso inclusivo, come l’approdo ultimo di una manifestazione di sapienza che è dovunque. Gesù Cristo va continuamente rappresentato al crescere, al variare della sapienza degli uomini. Questo è il punto essenziale. Per la mia fede, almeno.

Ora, Gesù di Nazareth si è posto davanti a questo mondo con un rapporto puramente dialettico. Da una parte ha rifiutato il mondo. Egli ha detto ai suoi: «Voi non siete di questo mondo». Ma a dir questo – ormai lo sentiamo bene – non sono soltanto i cristiani. Non essere di questo mondo non significa coltivare la nausea interiore per questo mondo, significa far fronte a questo mondo e dire no. Dire no a questo mondo? Ma non è pieno di sapienza? Non c’è – in questo mondo che cresce – il Verbo? Ecco la dialettica cristiana, fondamentale. Perché da una perte il mondo come è – come era al tempo di Gesù, e come è, e, oso dire come sarà – è in contraddizione con il senso del mondo, perché il vizio del mondo è di essere disumano. Noi possiamo riscontrare la contraddizione tra il mondo e la sapienza di Dio anche rapportandoci alla misura umana. Perché il mondo è stato con un senso che è appunto la grande speranza a cui siamo chiamati, come dice Paolo. È la liberazione, è la fraternità, cioè il mondo così come Gesù lo ha vissuto. Che se io voglio sapere qual è il senso del mondo non mi abbandono all’utopia vuota, alla pura immaginazione ma mi misuro col Cristo e ritrovo nelle sue parole, nel suo modo di vivere, nella sua testimonianza della Croce, il senso vero del mondo. Perché il mondo è fatto per i poveri, i misericordiosi, i puri di cuore; cioè – come tante volte si è detto – per l’appunto per gli uomini che in questo mondo non hanno un posto.

Allora so che il mio compito di cristiano non è di lasciare questo mondo ma di lasciar nascere il mondo soffocato, il mondo che deve essere e che geme come una partoriente, in attesa della liberazione. Quindi io sono amante di questo mondo; ma del mondo che ancora non c’è, del mondo che può essere, che deve essere, che devo aiutare a nascere. La mia fede si fa alleato con tutte le dinamiche di crescita del mondo, di una crescita m isurata su di Lui perché Egli è l’alfa e l’omega; il princioio e la fine. È la misura. Gesù Cristo  per me è la misura del senso delle cose. Non ogni crescita è secondo le attese del senso delle cose. Non ogni crescita è secondo le attese profonde del mondo che io amo. È questo un amore per il mondo che mi mette contro questo mndo, mi fa intransigente contro qquesto mondo. Nell’essere contro questo mondo mi trovo alleato con tutti coloro che in questo mondo non si trovano bene. E conchi? Con i ricchi? Si trovano bene. Con gli uomini di cuktura sistemati? Stan benissimo, le loro inquietudini sono funzionali. Allora con chi mi troverò? Con tutti coloro che han ragioni oggettive per dire che questo mondo non va. C’è, dunque, una solidarietà spontanea, prima dei discorsi politici, che sono fondamentali, c’è questa solidarietà antropologica tra me credente e tutti coloro che ce l’hanno con questo mondo, che vivono in questo mondo come partigiani in attesa del suo crollo. Pronti a farlo crollare perché un altro mondo venga. Gesù Cristo è nel cuore di qusta mia prospettiva: Egli è Colui in cui essa è stata manifestata.

Questo modo di professare la fede non deve più – non dovrebbe più – turbare, offendere i non credenti, quando il loro rifiuto della fede sia motivato dalla controtestimonianza cristiana che nel passato abbiamo dato. Nasce, anzi, una specie di affinità tra coloro che si ritenevano lontani e noi che rischiamo di essere vicini. Lontani o vicini a chi? Non tanto alla Chiesa ma al Regno. La Chiesa ed io e tutti noi, siamo funzionali al Regno, perciò a qualcos’altro che è fuori di noi. Per cui rientrare nello spazio del Cristo non significa appartenere per forza ad una istituzione: significa essere in viaggio verso la beata speranza di cui, noi credenti in modo professo, dovremmo essere il segno, la memoria e la provocazione costante. Non il centro di aggregazione universale, ma il sengo e la provocazione costante. Quando si apriranno i nostri occhi ci accorgeremo che il Regno è cresciuto attorno a noi, lontano da noi, spesso contro di noi. E la sorpresa non ci sarà di avvilimento ma di esultanza. Diremo con riconoscenza: siamo stati inutili.

                                                                      

                                                                                   Ernesto Balducci, da: “Il mandorlo e il fuoco” vol, 2°