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26 Settembre 2021 – XXVI DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno B

26 Settembre 2021 – XXVI DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno B

 

PRIMA LETTURA: Nm Il,25-29    SALMO: 18  SECONDA LETTURA: Gc 5, 1-6

 

VANGELO: Mc 9,38-43.45.47-48

 

 

 

 

... Vorrei riproporre, in maniera scolasticamente semplice, il senso della rivoluzione - permettete l'analogia copernicana - in cui siamo coinvolti e che diventa ormai un imperativo a cui non ci si può sottrarre senza gravi conseguenze. Ci sono, nella memoria della cristianità, dei fatti gravissimi, che hanno legittimato la esasperazione fanatica della fede cristiana e che non sono mai stati ritrattati. Non si tratta di una esigenza diplomatica, formale, perché una ritrattazione seria implicherebbe l'arrivo al termine di questa rivoluzione. Faccio due esempi distanti nel tempo. Proprio qui a Firenze, nel 1439, un Concilio Ecumenico dichiarò che era «anatema» chiunque affermava che anche gli ebrei e i musu1mani si potevano salvare. Era quindi di fede che tutti andassero all'inferno. Questo si poteva dire a ciglio asciutto, senza fremiti. Si capiscono tante cose se si parte da questa visione teocratica della fede. Veniamo più vicino a noi. Quel principio della libertà di coscienza, che ormai viene formalmente accolto anche all'interno della Chiesa, appena poco più di un secolo fa, nel 1864, fu dichiarato da Pio IX un «delirio». Tutto questo non si è mai ritrattato. Lo dico solo perché si capisca che queste conversioni, che investono l'intera comunità dei credenti, implicano un passaggio che rassomiglia al passaggio che sul piano della visione cosmologica avvenne nel 1600 con tanti drammi. La rivoluzione copernicana che dobbiamo vivere è questa: mentre nella visione normale delle cose - quella dei due grandi documenti che ho citato - si pensa che Dio, che è amore, ama la sua Chiesa e di riflesso ama tutti gli uomini mandando la Chiesa a convertirli. Quindi l'amore di Dio è per la Chiesa e la Chiesa va a convertire e anche Quando usa violenza lo fa per amore, per distribuire Questo amore di Dio. È un concetto terribile. Perfino Sant'Agostino, questo santo straordinario nel comprendere il senso dell'Evangelo, giustificava, nel IV secolo, l'uso della spada contro gli eretici. Questo narcisismo della Chiesa, che si ritiene amata da Dio e mandata a convertire gli uomini, è il paradigma latente della coscienza cattolica. Ma c'è una rivoluzione che poi è un moto di recupero della fedeltà al Vangelo che consiste, per usare una formula semplice che già ho avuto modo di citarvi, in questa verità: Dio ama tutte le sue creature perciò anche la Chiesa in quanto è il segno visibile del suo amore. Il dato primo è che Dio ama tutte le creature, e quando dico ama - certo è un'analogia - vuoI dire che le ama attivamente, cioè imprime in ogni creatura la sua luce, la sua sapienza, Il suo dInamismo verso l’adempimento delle sue promesse. Ormai potremo dire, cedendo un tantino, ma senza romanticismi alla nuova mentalità che sta trionfando: non solo agii uomini ma a tutte le cose. Francesco capì bene che anche le cose sono interne a questo amore. Non siamo noi che andiamo a portare la salvezza a nessuno la salvezza è un dato primo, è consustanziale all'atto creativo. Dio crea e perciò salva. Allora noi che ci stiamo a fare? Già la domanda è eloquente. Noi siamo qui a dire che il regno di Dio c'è già e se ci è possibile - e qui viene il grave - a rappresentarlo visivamente. Ecco il nostro compito: noi siamo il regno visibile di quel che è già nel mondo. Voi capite che questo capovolgimento muta l'intero universo delle verità. che ripetiamo, perché le verità, oggettivamente annunciate, hanno senso diverso se messe nel primo paradigma ecclesiocentrico o se le poniamo nel secondo paradigma antropocentrico. La verità evangelica, a mio giudizio, questo esige. Anche se nella Scrittura si mescolano linguaggi diversi, il senso profondo dell'annuncio evangelico è questo, tanto che in Gesù non c'è mai un progetto di conquista degli uomini, anzi c'è una sola frase, che a me pare la più misteriosa e ricca del Vangelo, in cui Gesù parla della sua universalità: «Quando sarò sollevato da terra attirerò tutti a me». Notate: quando sarò sceso nell'estremo annientamento. È all'opposto di ogni prospettiva imperialistica. Quando sarò calato in quel luogo in cui tutte le creature cadono (il morire), quando avrò preso domicilio nello spazio dell' annientamento attirerò tutti a me perché è lì che farò sgorgare la promessa della vita, la resurrezione. Questo discorso teologico condensato ci permette di capir: qual è il senso vero del tema principe della lettura dal libro del Numeri sulla profezia. La profezia non è altro che l'espressione, cosciente o meno a parole o nei fatti, di questa aspirazione, che Dio ha seminato in tutte le cose, verso l'adempimento del regno, cioè verso la liberazione dell'uomo. Nel linguaggio antropologico, ancora mitico, dell'epoca degli apostoli, liberare era cacciare un demonio da uno. Un uomo schiavo aveva un demonio in sé. Questa schiavitù psichica, queste alienazioni, che conosciamo bene anche noi, hanno una gamma estesissima, non sono proprio quelle clinicamente tali. Ma chi non è indemoniato, vorrei dire, scusate? Chi non è un po' alienato? Se facciamo il peso dei nostri fanatismi, se leggiamo le statistiche di gradimento televisivo siamo indemoniati, seguiamo idoli di follia. Le gerarchie delle preferenze dell'opinione pubblica sono il segno che c'è un demonio. Siccome io non amo questo linguaggio sacrale dico che c'è uno stato di dipendenza dell'uomo da forze estranee. Liberare vuoI dire sottrarre la coscienza a questa eterodirezione, a questo stato di sudditanza. Anche le persone più apparentemente libere se andate a vedere sono schiave. A volte potremo anche dire qual è l'idolo segreto che questo o quello hanno. Abbiamo accettato questa nostra condizione di peccato. Gesù dice: «Non importa se non è dei nostri, chiunque libera, libera». Liberare dalla schiavitù è, positivamente, aprire alla liberazione, rimettere in cammino. E allora chiunque profetizza lo fa in nome di Dio. «Ma non è dei nostri!», che importa. «Ma non crede nemmeno in Dio», non importa! Cosa vuoI dire credere in Dio? L'importante è accettare questo impegno della coscienza aperta agli altri e desiderosa di liberare l'umanità da questa schiavitù ...

                                                                                 

Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” – vol. 2