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26 GENNAIO 2020 – 3^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A

26 GENNAIO 2020 – 3^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno A

 

Secondo la leggenda del grande inquisitore di Dostoevskij i cristiani hanno rimediato al guaio mettendo in carcere Gesù e dicendo: stai buono, ci pensiamo noi a diffondere il messaggio con i mezzi nostri.

 

PRIMA LETTURA:  Is 8,23b - 9,3-  SALMO: 26- SECONDA LETTURA: 1 Cor 1,10-13. 17- VANGELO:  Mt 4, 12-23

 

…Ognuno di noi possiede un sillabario della salvezza che non è nemmeno possibile dire in pubblico perché le miserie più vere sono quelle che hanno un massimo di principio di individuazione, che sono inesprimibili come l'individualità di ciascuno di noi non può essere tradotta con nessun nome, nemmeno con il nome proprio perché esso è sempre negli elenchi telefonici. Il nome nostro nessuno lo sa, nemmeno noi ed è proprio lì il grumo delle nostre infermità da cui parte la contrapposizione della speranza, che anch'essa non è sempre dici- bile perché una volta detta si sciupa o è fraintesa. Per questo il discorso ha anche un suo spazio interiore. Ma dire interiore è pericoloso perché spacca in due quello che è unito. L'interiore e l'esteriore sono distinzioni astratte, Nel concreto, per uno, la salvezza può essere il pezzo di pane, per un altro un appartamento o una casa per andarci ad abitare. Non dobbiamo affatto distinguere troppo fra il materiale e lo spirituale come fanno i furbi che non hanno mai provato cosa sia un bisogno materiale; saprebbero che un bisogno materiale è un bisogno spiritualissimo quando si ha. Quando si pensa no, ma quando si ha è spirituale. Si capisce allora cosa doveva essere una comunità di credenti in Cristo, quella di cui parla Paolo. C'è una liberazione che il Vangelo sembra negare e invece afferma straordinariamente. Dico «sembra negare» perché una cultura illuministica pensa al Vangelo come una forma religiosa che ci lega a delle dipendenze. In realtà la parola evangelica è una parola che libera da ogni dipendenza. La miseria più terribile è la dipendenza della nostra coscienza dagli altri. Le miserie più grandi sono quelle che hanno la potenza delle cause prime che non si vedono ma sono il primo anello da cui dipende tutta la catena. Tutte le nostre miserie sono in scritte nella nostra dipendenza interiore. Nel secondo brano di oggi c’è la vivacissima raffigurazione di questi primi cristiani che già liticano fra loro: «Io sono di Paolo, io sono di Pietro». Già miravano ad identificarsi con una autorità. Appena si spegne dentro di noi l'autonomia della coscienza, il senso della dignità e insieme della responsabilità che incombe quando dobbiamo decidere senza appellarci alla autorità, allora sappiamo cosa è l'infermità umana. La stessa. religione è una terribile miseria quando crea queste dipendenze. […] Il fanatismo religioso è una funesta miseria. E così il fanatismo ideologico. Il nostro mondo illuminato, fine secolo XX, è in realtà una variopinta mappa di fanatismi. La parola evangelica che dà al povero la dignità, il senso di dover rispondere di sé solo a Dio, per cui non ci sono fra lui e Dio né sinagoghe, né templi, né caste, né sinedri, è una liberazione straordinaria e faticosa. Secondo la leggenda del grande inquisitore di Dostoevskij i cristiani hanno rimediato al guaio mettendo in carcere Gesù e dicendo: stai buono, ci pensiamo noi a diffondere il messaggio con i mezzi nostri. Affidarsi alla libertà dell'uomo è rischioso tanto che quando si fa questo discorso reagiscono in noi dei meccanismi di censura che lo considerano un discorso anarchico. Ma questa è la verità! La singolare forza del Vangelo è tutta qui, per questo motivo non si cancella. Quando all'adultera, che era già sotto i tiri della condanna, Gesù dice parole di perdono e la manda libera: «va’ e non peccare più», compie il miracolo di far cadere le sinagoghe, la legge ... Oltre un certo limite nessuna legge vale, c'è la creatura che risponde a Dio. Questa è la parola del Vangelo. È una liberazione. Ma non finirei più se dovessi passare in rassegna secondo il moto che queste parole suscitano nella mia immaginazione, tutte le miserie. Ma devo concludere parlando della tenebra che ci copre. C'è una tenebra che ci copre e non è stata per niente dissolta da Gesù. Essa è ancora attorno a noi. Io che vi parlo di resurrezione, quando ne parlo penso ai cimiteri in cui nessuno è risorto. La tenebra è tutto, devo tenerne conto. Una tenebra circonda la storia e le «magnifiche sorti e progressive» del genere umano, ormai sempre più evidentemente chiuse in una infinità di spazio e di tempo senza significati. È la tenebra di ora, di ieri, di sempre. In questa tenebra opaca e spessa, senza fratture, c'è un punto su cui poggiare per innalzare un arco di speranza, di attesa che si inabissa dall'altra parte, che è tenebra anch'essa. Non ci dimentichiamo che il nome di Dio, quando è pronunciato con fede, è insieme luce e tenebra e guai a chi lo considera luce in quanto è anche tenebra, e guai a chi lo considera solo tenebra perché è anche luce. In Lui si posa la nostra speranza, che ci abilita a considerare come somma salvezza, che tutte le ricapitola, la salvezza dalla insignificanza, dall'essere come pula al vento, foglie secche sbattute ai piedi di una pianta secca. Siamo salvi nella speranza. Questa liberazione deve passare attraverso la rottura delle dipendenze. Una comunità cristiana è liberante se al suo interno non si riproducono le dipendenze da cui ci si è voluti liberare all'esterno. Purtroppo è questo quello che è avvenuto. Fra quelli che si dicono cristiani vedete quanti dicono: Io sono di Pietro, io sono di Lutero, io sono di Calvino! Gesù è venuto a liberarci da ogni dipendenza umana e abbiamo ristabilito le dipendenze. Coloro che godono del vantaggio di queste dipendenze devono ricordarsi che il loro compito è di essere ministri delle coscienze, non punti di riferimento delle coscienze. Nel secondo brano di oggi si legge che Paolo a Corinto non è un riferimento ultimativo, è un servitore della comunità. Quando la comunità ha bisogno di autorità e si spacca perché ognuno sceglie la sua, abbiamo lo scisma. La storia cristiana è una storia di scismi perché essa si svolge dentro questa infermità globale: l'incapacità dell'uomo di agire nel mondo assumendosene in pieno la responsabilità. Questa è la parola che Gesù ci ha detto.

 

Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” – vol. 1