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22 Novembre 2020 – CRISTO RE DELL’UNIVERSO - Anno A

22 Novembre 2020 – CRISTO RE DELL’UNIVERSO - Anno A

 

Se io prendo sul serio la parola di Dio, con questo Vangelo, la disputa fra atei e credenti non significa più nulla perché la pietra di paragone non è Dio, è un uomo assetato. Diceva un saggio del Medio Evo: «Quando incontri un povero non ti domandare se Dio esiste perché Dio ce l'hai davanti a te»

 

 

PRIMA LETTURA:  Ez 34,11-12.15-17- SALMO 22- SECONDA LETTURA:  1 Cor 15,20-26a.28- VANGELO:  Mt 25,31-46

 

 

La fede consiste nel collegare, senza far filosofie, la condizione nostra di partenza e quella ultima, abbracciando tutto dentro un finalismo di luce: la creazione sarà consegnata al Padre e Dio sarà tutto in tutti. Non è una condizione riservata all'ultima generazione, quella a cui pensavano i rivoluzionari che accettavano dittature ed estenuanti lavori in attesa che venisse tra qualche secolo il regno della giustizia. Nasceva il problema: perché io devo soffrire oggi per ciò che gli uomini godranno fra tanti anni? Qui siamo tutti chiamati in causa perché in questa vittoria sulla morte diciamo – è un linguaggio – : tutti i morti risorgeranno e noi saremo, nominativamente, al cospetto di Dio e saremo tra di noi in un unità ineffabile e indicibile. Questo dinamismo è vissuto nella fede e quindi tale che io non ve ne rendo conto. «La fede si mostra, non si dimostra». In questa visione io raccolgo tutto ciò che avevo scartato. La morte ha un senso. Quale? Non lo so. Affermo questo. É la sfida che io vivo. Tutti coloro che io ricordo in questo momento, tutti coloro che sono morti e tutti coloro che sono rimasti vittime di disastri che mi hanno turbato, e tutte le moltitudini che ora stanno languendo, per colpa anche mia, nella fame e nella disgregazione; tutto questo è dentro la vittoria finale. Io devo coinvolgermi in questo, non posso raccontarmi queste cose per stare più tranquillo; devo sentire che il mio vero posto e qui e devo essere fin d’ora schierato contro la morte e le sue opere. Il dramma della fede è la sua non credibilità storica, perché queste cose ce le siamo dette sfogliando con una mano la Bibbia e tenendo nell'altra la pistola. Abbiamo giocato su due tavoli. Abbiamo convalidato i privilegi di morte – perché ogni privilegio dall'altra parte è morte per qualcuno – con la parola di Dio in mano. Per questo la parola di Dio non è credibile. È davvero un miracolo che ancora si creda a queste cose, perché la storia che abbiamo alle spalle è una controindicazione spaventosa a questo riguardo. Però è come se ricominciasse dall'inizio, è come se si riprendesse il filo che si è spezzato. Io non devo star qui ad agitarvi perché nel passato non sì è fatto questo o quello, so che si deve cominciare. Ovunque individuo strategie di morte – e oggi la nostra consapevolezza critica mi svela strategie di morte dai mille nomi – io devo impegnarmi. Questo è il compito. E come faccio? Eccoci all'ultima straordinaria illuminazione. Queste verità hanno un loro limite che è questo: le possono pensare solo alcune persone che hanno tutte le carte in regola, che sanno leggere, hanno il tempo per stare sole... Anche qui: siamo in pochi. Cosa ne sa di queste cose il povero analfabeta che cerca di sbarcare la giornata e non ce la fa? Cosa ne sanno i poveri affamati dell'Africa, dell'America Latina? Sarebbe bello che dicessi che la fede consiste nel saper pensare a queste cose! Sarei di nuovo un razzista. E cosa dice Gesù? Ecco lo straordinario. Tu hai dato un bicchier d'acqua ad uno che aveva sete? Sei entrato in questo grande processo di crescita, hai fatto un passo e sei entrato nel regno dell'amore che vince la morte. Per entrarci non ci vogliono grandi cose, ci vuole l'amore: un amore, a sua volta, non espresso in sentimenti raffinati. Ci sono persone che non sanno nemmeno amare, che hanno forse anche un cuore arido, non lo so. Forse per innamorarsi ci vogliono anche delle qualità psicologiche non universali. Devo stare attento a non introdurre di sotterfugio le distinzioni che ho eliminato prima. Allora se uno ha premura per un carcerato, se uno ha dissetato l'assetato e ha dato un vestito all'ignudo ecco altrettante situazioni in cui questi discorsi troppo universali si concentrano, come per una improvvisa cristallizzazione miracolosa, nel gesto che si consuma in due secondi. Il gesto fra uomo e uomo diventa la storia del mondo. È lì che si gioca tutto. È da lì che dobbiamo passare, il resto sono chiacchiere, chiacchiere e niente altro. Anche la fede è chiacchiera se non passa attraverso questa cruna d'ago del rapporto concreto che posso anche sviluppare in dimensioni politiche, ma passando da una premura individuale. Abbiamo avuto uomini politici che hanno lottato per la fraternità del mondo, ma non sapevano essere fraterni nemmeno con la moglie. Hanno fatto degli ideali delle forme di compensazione delle inadempienze quotidiane. Noi passiamo dal quotidiano per raggiungere l'universale. É questa la singolarità dell'evangelo. Nel dir questo certamente non obbedisco a nessun trionfalismo, perché qui siamo tutti in difetto in quanto i nostri rapporti con il prossimo sono rapporti che circoscriviamo nell'orizzonte dell'esperienza immediata: il prossimo è colui che io conosco. È vero, ma quanti mi incontrano e io passo oltre? Quanti sulla via di Gerico ho visto caduti e son passato? Mi sento quindi giudicato. Le distinzioni a cui siamo attaccati, che ci hanno rovinato la coscienza, tra cristiani e non cristiani, tra atei e credenti passano attraverso questo vaglio: se uno dà un bicchier d'acqua non voglio sapere se è credente o no, è già entrato nel regno di Dio. Se uno con due Bibbie sotto il braccio passa e non si cura di chi chiede un po' di aiuto, va alla dannazione. Io spero che un amore di Dio crei sorprese per l'ultimo giorno anche per i cattivi. Non ho nessuna voglia di mandare all'inferno i cattivi. Gesù ha detto questo parlando dell'ultimo giudizio e quindi, in qualche modo, collocando la sua parola nel punto omega della storia. Io non voglio adesso giustificare chi non crede, dico che non è quello che mi preme. Se io prendo sul serio la parola di Dio, con questo Vangelo, la disputa fra atei e credenti non significa più nulla perché la pietra di paragone non è Dio, è un uomo assetato. Diceva un saggio del Medio Evo: «Quando incontri un povero non ti domandare se Dio esiste perché Dio ce l'hai davanti a te», nel senso che la provocazione del Dio di cui vi ho parlato stamani è quella che vi raggiunge attraverso l'appello dell'altro che Gesù ama raffigurare attraverso i gesti più semplici fra quelli che si possono immaginare, attraverso i quali a noi è possibile, per dilatazione, abbracciare l'intero orizzonte delle nostre responsabilità.

 

 

Ernesto Balducci: da “Gli ultimi tempi” vol 1 – Anno A