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21 Aprile 2013 - IV DOMENICA DI PASQUA - Anno C

21/04/2013 Noi non possiamo parlare dell’amore per sconsacrare l’uso della forza nelle lotte storiche perché non siamo nelle stesse condizioni reali di Gesù.

 

PRIMA LETTURA: At 13, 14. 43-52 - SALMO:99- SECONDA LETTURA: Ap 7, 9. 14-17- VANGELO: Gv 10, 27-30 …Dovremmo assumere come principio assoluto il rifiuto di ogni violenza eppure la condizione storica in cui siamo ci obbliga anche ad atteggiamenti e comportamenti in cui la forza ha un senso: questo è il nostro conflitto interno. È il conflitto che Gesù ha attraversato spendendo il suo sangue. La caratteristica del Signore è che la sua predicazione dell’amore (un amore radicale) lo ha portato sulla Croce.

 

Noi non possiamo parlare dell’amore per sconsacrare l’uso della forza nelle lotte storiche perché non siamo nelle stesse condizioni reali di Gesù. Devo essere più preciso: sarebbe certo un evento cristiano straordinario se dalla schiera degli emarginati e degli schiavi sorgesse uno che parlasse di una liberazione attraverso il semplice amore.

 

A noi non è lecito. Ché se l’uomo che appartiene alla classe privilegiata (e tutti noi qui presenti siamo nel numero) va a parlare dell’amore agli oppressi e poi se ne torna a casa, non è credibile. Gesù non è «andato» dagli oppressi, c’è stato dentro. Egli ha preso la condizione di servo e dall’interno di questa condizione ha creato la straordinaria presa di coscienza profetica che coinvolge perfino Dio. Ha svelato la gelosia di Dio per i poveri, la sua straordinaria e misteriosa faziosità. Dio è da quella parte. Dobbiamo esserne convinti se crediamo nel Vangelo. Ed invece ci troviamo a fare complicate articolazioni concettuali per mettere d’accordo l’amore e la lotta. Siamo, appunto, in cattiva coscienza, in situazione obiettiva di peccato.

 

Non è possibile, a noi, parlare del Vangelo se non con la coscienza di non essere in grado di testimoniarlo adeguatamente. Se ci diciamo cristiani è perché confessiamo che l’amore è l’unico principio architettonico della storia. Non solo lo confessiamo, ma dentro la nostra situazione di peccato ci sforziamo di viverlo, quest’amore che si paga di persona e che già porta, nei suoi gesti minuscoli e provvisori, la prefigurazione del compimento ultimo.

 

Il terribile rapporto fra il fine e i mezzi l’amore lo affronta anticipando nel mezzo il fine, nel gesto strategico l’esito a cui tendiamo, pur sapendo che, nella realtà storica, coloro che hanno fatto le grandi rivoluzioni che hanno cambiato il mondo, raramente sono stai esenti dall’uso della violenza e dallo spargimento di sangue. Dal conflitto tragico tra l’ideale e il reale si sottraggono pacificamente due schiere di persone: coloro che parlano dell’amore nel senso idealistico e conservativo (chi ama avrà il premio nell’altra vita, ma questo mondo sarà sempre malvagio, ed è meglio rassegnarsi) e coloro che considerano la storia semplicemente come un conflitto da vivere attraverso rapporti di forza dai quali soltanto fanno dipendere l’esito della lotta di liberazione.

 

Anch’essi, a loro modo, moralmente son tranquilli. Il fine giustifica i mezzi: non hanno problemi di coscienza, solo di tattica. Ma se noi non accettiamo le due semplificazioni unilaterali siamo crocifissi ad una contraddizione: ed è qui la nostra debolezza.

 

È la nostra debolezza, ma, forse, anche la nostra dignità. La certezza che il Regno di Dio è un regno di amore la viviamo anche nel momento in cui ci troviamo in contraddizione con essa, perché continuiamo a credere che la forza dell’amore è una riserva di ricchezza per il domani del mondo. Non dico per l’al di là, per il Regno di Dio compiuto, ma per il domani del mondo. Coloro che amano preservano la possibilità di cambiamenti futuri… Ernesto Balducci: da “Il mandorlo e il fuoco” vol. 3