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19 Gennaio 2020 – 2^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – anno A

19 Gennaio 2020 – 2^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO  – anno A                                                                         

 

Se io assumo le parole di Gesù Cristo che mi presenta un mondo pieno di benedizione per i poveri, i miti, i pacifici, sembrerò un pazzo, su questo crinale, dove ancora dominano i tutori della vecchia saggezza. Ma che importa? Quello che più è in questione non è la mia reputazione ma la salvezza dell'uomo.

 

PRIMA LETTURA:  Is 49, 3. 5-6- SALMO: 39- SECONDA LETTURA:  1 Cor 1, 1-3- VANGELO:  Gv 1, 29-34

 

…Il Gesù conosciuto è il Gesù delle devozioni, il Gesù delle chiese, il Gesù dell'istituzione, il Gesù che perfino nei nostri anni - come sapete - è servito nel Medio Oriente, come segnacolo sugli scudi e sulle armi di fazioni terribili, quasi naziste. Questo Gesù, questi cristiani chi sono? Quel Gesù io lo rigetto. Occorre che io legga la sua parola in rapporto alla speranza che è in me. Oggi, la mia speranza delle speranze è che si possa veramente eliminare dal mondo ogni organizzazione militare che minacci la sopravvivenza della specie: questa è la mia speranza. La mia speranza è che l'anno 2000 non cada su una terra ormai diventata cimitero, ma sia un anno che apre un millennio nuovo. Questa è la mia speranza, che nella sua visione globale abbraccia in sé tutte le altre speranze. Dinanzi a questa speranza io interrogo quel Gesù su cui è venuto lo Spirito Santo che riempie la terra e i tempi, il Gesù che non è più «secondo la carne». La sua parola è perentoria. Se c'è una parola che attraversa come un filo d'oro tutto il vangelo è il ripudio di ogni forma di violenza, fino all' assurdo. Ricordate: «se ti danno uno schiaffo porgi l'altra guancia». Gesù mi presenta l'immagine di un uomo che non fa nessun affidamento nella sicurezza delle armi, non solo di quelle materiali ma nemmeno di quelle spirituali: le scomuniche, le condanne, la divisione fra gli uomini in buoni e cattivi... tutta questa prassi dei cristiani vecchi non c'è, in Gesù. L'abbiamo sovrapposta noi a Lui perché lo abbiamo fatto prigioniero del nostro mondo che ormai muore. Ma io quel Gesù non lo conosco. Egli è sempre lo sconosciuto che si rivela e solo in questo senso è figlio di Dio. Egli sorpassa i ritmi chiusi e angusti della nostra specie in cui sono brillate verità assolute che il giorno dopo erano già vecchie: questa la nostra storia. Il Gesù di cui sto parlando noi l'abbiamo imprigionato dentro le nostre verità di un giorno, se volete di un secolo, se volete di un millennio, mentre Egli è oltre, perché era prima che noi fossimo, perché la sua data di origine è la data di origine della speranza umana. La «speranza è prima». Ci dicono i filosofi che lo Stato è nato dalla speranza di salvarsi dalla morte e Gesù è prima dello Stato, prima di tutte le creazioni storiche perché il suo principio è la speranza ed è venuto come Messia, perché il suo nome è la speranza. Le parole che io traggo dal Vangelo non devono essere per me il sostitutivo delle ideologie ormai in disgregazione. Le sue parole illuminano la mia speranza e la legittimano nonostante ogni assurdo. Se io assumo le parole di Gesù Cristo che mi presenta un mondo pieno di benedizione per i poveri, i miti, i pacifici, sembrerò un pazzo, su questo crinale, dove ancora dominano i tutori della vecchia saggezza. Ma che importa? Quello che più è in questione non è la mia reputazione ma la salvezza dell'uomo. Io devo dare a questa speranza un linguaggio che faccia vibrare tutte le coscienze. Il disprezzo non fa parte del mio programma di pace. Chi in sé ha il germe del disprezzo non è uomo di pace. Anche la critica è sempre interna ad una opposizione preliminare che è quella di abbracciare gli uomini, vecchi o nuovi, dentro questa comune speranza che non tollera discriminazioni di sorta. Ecco allora come il discorso su Gesù diventa nuovo, e non per novità sovrapposta ma per novità sviscerata. Egli era, è e sarà. Non lo dico con la gola gonfia, trionfalisticamente, lo dico sul filo della esperienza della mia riflessione di uomo che, sul crinale in cui si trova, compulsa i testi dei grandi ideologi e capisco che essi sono in gran parte vecchi, mentre la parola di Gesù, proprio perché è coeva alla speranza, è vergine di compromessi, trova immediatamente contatto con questa nuova universalità che ho cercato di disegnare dinanzi ai miei occhi e che diventa poi ragione di fondo della mia esistenza privata e pubblica. Ormai la questione che ci troviamo di fronte è una questione radicale, decisiva, di fondo. La mia fede non si trova arretrata di fronte a questa questione, ma si trova faccia a faccia con essa con la capacità di una risposta che non è verbale, è una risposta di vita. Solo così, Gesù è segno di salvezza per tutte le creature.

 

Ernesto Balducci – da: “Il Vangelo della pace” – vol. 1