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18 Agosto 2019- 20^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Anno C

18 Agosto 2019- 20^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Anno C

 

Che se noi leghiamo lo sviluppo all’aumento del consumo del nostro paese e questo significasse ad es. un aumento della rapina in altri paesi, noi subito dovremmo ammettere che il benessere materiale del nostro paese è in sé iniquo perché significa il malessere di altri paesi. È l’universalità che ci manca e ogni nostra sapenza politica è stolta perché non si preoccupa della vera universalità.

 

PRIMA LETTURA:  Ger 38,4-6.8-10- SALMO: 39-SECONDA LETTURA: Eb 12,1-4-VANGELO: Lc 12,49-53

 

…Che vuol dire scegliere il regno di Dio? I nomi del Regno razionamente comprensibili sono quelli della pace, della fraternità, della gioia del vivere, dell’uso gioioso e riconoscente dei beni della creazione e della spontane comunione con Dio: questi obiettivi in modi diversi significano la pienezza verso cui siamo incamminati. Chi fa questa scelta non può non trovarsi nella necessità di individuare nel concreto del tempo le indicazioni per tradurre questa scelta. Voi sapete prevedere, dice il Signore, come andrà il tempo: una nuvola a ponente vi dice che farà caldo, ma non siete in grado di leggere questo tempo – il tempo storico, diremmo noi –, non siete in grado, appunto perché la lettura dle tempo sorico è proporzionata alla purezza interiore con cui si guarda. Un opportunista coglierà del tempo che vive le occasioni positive nei confronti del suo progetto personale di carriera, di affermazione di sé, in ogni campo: economico, culturale, politico. La sua lettura del tempo è viziata in radice da una mancanza di intuizione di ciò che veramente giova all’uomo, di ciò che va nel senso del bene universale dell’umanità. La nostra saggezza giornalistica, la nostra sapienza da comizi risente di quest’ottica, viziata da un sottinteso. Noi guardiamo nell’immediatezza un fatto e lo leggiamo a partire da paradigmi nostri, legati a interessi costituiti. Allora succede che quel che un giorno ci sembra incontestabile, qualche giorno dopo ci sembra discutibile, perché ci siamo nel frattempo spostati, abbiamo colto i sottintesi maliziosi della nostra ineccepibile saggezza. Mi domando spesso – ed è come un gioco di immaginazione che posso permettermi di suggerirvi – che cosa significano certi fatti se proviamo a guardarli da collocazioni geografiche diverse. Se noi guardiamo un evento dall’Africa, dal Brasile, dall’India minacciata da una carestia, saremo costretti a dire che esso ha sensi diversi a seconda dell’ottica con cui lo guardiamo. E dov’è la verità? Evidentemente la verità, almeno astrattamente, coincide con ciò che sarebbe il bene di tutta l’umanità, presa nel suo insieme come un unico corpo; il bene comune ormai non è bene veramente comune se non quando è bene del genere umano. Il bene comune del nostro paese petrebbe essere un disastro per altri paesi. E dove la dovremmo collocare questa universalità autentica, segno dell’autentica bontà dei nostri obiettivi? Che se noi leghiamo lo sviluppo all’aumento del consumo del nostro paese e questo significasse ad es. un aumento della rapina in altri paesi, noi subito dovremmo ammettere che il benessere materiale del nostro paese è in sé iniquo perché significa il malessere di altri paesi. È l’universalità che ci manca e ogni nostra sapenza politica è stolta perché non si preoccupa della vera universalità. Finche nel mondo il benessere di una parte è sostenuto dal disagio di un’altra parte noi siamo nell’iniquità. Anche gli ideali, poniamo, della classe operaia occidentale che rivendica i suoi diritti economici, andrebbe comparata con la realtà di fame di gran parte del terso mondo. Allora, qual è la classe che devo aiutare, quali sono i deboli che devo aiutare? dove li trovo? questo smarrimento, senza dubbio, diventa anche socialmente pericoloso. Viene opportuna la frase che gli accusatori di Geremia, profeta sfortunato, dicono: quest’uomo semina lo scoraggiamento nelle nostre fila; noi siamo qui i guerra contro i Babilonesi e questo profeta ci dice che questa gueera non si deve fare. Bisogna eliminarlo! Egli è contro il bene del popolo, il benessere del popolo. Se avessimo avuto 40 anni fa uomini del genere, oggi faremmo loro i monumenti. Non c’erano o parlavano sottovoce. Anche i nostri vescovi e i nostri papi, che dicevano? Parole dette con cauta forza, tanto cauta che non significavano niente. E noi oggi siamo qui a piangere sul disastro che è avvenuto. Ma dov’erano i profeti? Dove li avevamo messi o dove erano fuggiti? I profeti minacciano le false ideologie, le false teologie, le istituzioni tese a difendere il proprio prestigio, e solo perché essi sono amici dell’uomo, e non hanno patria che non sia l’uomo, e non ahnno passione che non sia quella per l’uomo che è privato dei suoi diritti. Questo amore divide. Divide gli animi chiunque porti alla luce del sole, al cospetto di Dio e della coscienza, le ragioni che ci rendono nemici e che dovremmo impegnarci a eliminare radicalmente. Chi sta quieto è un odiatore del genere umano e chi combatte è uno che ama il  genere umano. Colui che a ogni angolo dice «pace, pace», in realtà è uno che perpetua i conflitti profondi e aiuta la permanenza delle sopraffazioni; colui che invece divide sembra un seminatore di guerra, am in realtà opera la pace.Se noi avessimo la sicurezza interiore che ci viene da scelte morali inequivocabili noi diffonderemmo, anche nella semplicità di una vita appropriata, la sapienza, di cui c’è un bisogno assoluto in questa epoca di smarrimento. Forse ho preso vie un po’ traverse, ma alla slstanza sono arrivato, mi sembra. Chi è fedele a Gesù Cristo non è colui che semina parole di amore mettendo in second’ordine i reali interessi dell’uomo, il bene comune del genere umano, ma è colui che a partire da questa passione per la giustizia, la libertà e la pace crea divisione dovunque si operano trame di spraffazione. Ci sono forme di pace che sono disordini costituiti, che spremono le lacrime dei disgraziati. Non è questa la pace che noi vogliamo perché essa giova soltanto alla malizia umana.  Vogliamo una pace il cui nome più immediato e più caro è quello della fraternità effettiva tra gli uomini. Chi sposa questa causa sappia che avrà intorno a sé opposizione, in famiglia, nel partito, nel luogo di lavoro, nella Chiesa. Ma chi sposa questa causa sarà perseverante. Se lo fa con questa purezza, muteranno le opinioni, cambieranno gli uomini, otterrà un giorno grandi simpatie e il giorno dopo profonde antipatie, ma egli non regolerà mai la bussola della sua vita sugli umori mutevoli, andrà verso il suo obiettivo, anche se dovesse procurargli morte.

                                                     

Ernesto Balducci - da: “Il Vangelo della pace” – vol. 3