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17 Novembre 2019–XXXIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO–Anno C

17 Novembre 2019–XXXIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO–Anno C

 

La casa di Dio è la casa degli uomini; la santità di Dio ha il suo tempio nell'uomo vivente. E ogni dualismo che tende a separare la casa di Dio e la casa dell'uomo, la santità di Dio e la fragilità dell'uomo, porta in sé una frode. Noi costruiamo il Regno faticando con gli altri, senza che la fede sia motivo di disaffezione dall'impegno nella vita quotidiana e nei progetti sociali ispirati a giustizia.

 

PRIMA LETTURA: Mal 3,19-20°- SALMO: 97- SECONDA LETTURA: 2Ts 3,7-12- VANGELO: Lc 21,5-19

 

…L'unico modo di rispondere alla Parola di Dio non è fuggire il mondo ma entrare nel cuore del mondo, tenersi fermi nella realtà di questo mondo senza fuggire. Se vi dicono: Cristo è là, non ci andate, dice il Signore, perché non è vero. Il volto di Dio non va lasciato fuori dagli spazi della nostra fatica e tribolazione quotidiana. Credo che questa saldatura tra la fede nella Parola di Dio e la realtà della nostra immersione nel mondo sia uno dei principi più ricchi della nuova riflessione di fede. Non abbiamo più da costruire spazi sacri in cui rifugiarci; non abbiamo terra santa in cui andare; non abbiamo casa di Dio in cui nasconderci. La casa di Dio è la casa degli uomini; la santità di Dio ha il suo tempio nell'uomo vivente. E ogni dualismo che tende a separare la casa di Dio e la casa dell'uomo, la santità di Dio e la fragilità dell'uomo, porta in sé una frode. Noi costruiamo il Regno faticando con gli altri, senza che la fede sia motivo di disaffezione dall'impegno nella vita quotidiana e nei progetti sociali ispirati a giustizia. Questa secolarizzazione della fede (usiamo pure un termine di moda) è una risposta alle fughe apocalittiche del momento, ma è anche una risposta all'istanza apocalittica ed escatologica della Parola del Signore che relativizza - e questo è il messaggio più duro ma più necessario - le costruzioni del tempo cogliendole in ciò che hanno di provvisorio. Nel passato si aveva la presunzione di costruire per sempre. In realtà non costruiamo per sempre. La relatività traspira ormai dalle cose, dalla stessa vita mobile, nomade che stiamo facendo, dalla fragilità programmata delle nostre costruzioni che non sfidano i secoli, ma durano - lo sanno gli architetti - trenta o quaranta anni. Siamo immersi nel movimento. Accettare questa condizione è in un primo momento difficile, appunto perché abbiamo ereditato la presunzione di costruire qualcosa che duri, ma in seconda istanza diventa positivo perché la vita della fede è una vita nomade: la provvisorietà le è congeniale. Non vogliamo costruire lo Stato definitivo, la società perfetta. Nessuna perfezione toccherà mai le cose terrene. Se avremo pazienza e forza trasparirà dalle nostre costruzioni qualcosa di ciò che deve venire. Il nostro cuore sorpassa costantemente la costruzione a cui attende. La vera ascetica - a mio giudizio - che sostituisce quella conventuale è l'ascetica di chi costruisce la casa sapendo che essa sarà distrutta, di chi elabora una legge sapendo che essa, domani, non basterà più, di chi accetta il relativo come suo cilicio quotidiano, eppure ripone nel relativo la sua passione e il suo amore. Non dovete credere di essere religiosi, perché siete scoraggiati e andate in chiesa. Sareste nella menzogna in cui vivevano i tessalonicesi, i quali, appunto, scoraggiati e delusi del mondo, non facevano niente e aspettavano la fine. L'operosità storica è la forma ascetica che ci è chiesta. L'altro elemento positivo che riemerge dal messaggio escatologico del Vangelo è l'accettazione della contraddizione come norma di vita. Noi abbiamo creduto che si potesse vivere cristianamente soltanto volendoci tutti bene e considerando i conflitti come peccato. In realtà i conflitti sono la norma storica. Gesù addirittura prevede il conflitto in famiglia: saranno i genitori a tradirvi, i fratelli, le sorelle, le spose, i mariti. Il conflitto emerge dalla stessa compagine dove dovrebbe sorgere la pace. Prender atto di questa necessità significa avere una visione virile e seria della vita. La vita cristiana non consiste nel volersi bene a tutti i costi, dimenticando i conflitti che ci sono. Accettare le ragioni storiche del conflitto e cercare di superarle modificandone le cause, questo è serio, e non già presentare una fraternità che corre sulle cose, che copre con il suo velo fosforescente la dura conflittualità delle cose. Occorre scendere alle radici dell'uomo per rimediare al suo male, per creare un mondo di fraternità vero, non finto. Questo comporta un diverso approccio al mondo e non un diverso sentimento. La carità non è un sentimento. O è un principio costruttivo della realtà, o è una menzogna. Chiunque vuoI vivere nel presente il futuro, apre i conflitti. Chi vuole una società giusta, chi vuole una giustizia nella famiglia, una giustizia in tutte le organizzazioni e la vuole sul serio, suscita contraddizioni. A cominciare dalla contraddizione aperta dai cristiani alienati che dicono: «Tu sei un illuso, perché sai che siamo peccatori e non c'è niente da fare ». Questa dissuasione, apparentemente cristiana, in realtà viene da Satana. Se siamo assetati del Regno di Dio noi vogliamo la giustizia e la fraternità, e l'uguaglianza, e l'amore reciproco in tutte le situazioni. E voler questo con impazienza interiore vuoI dire aprire costantemente tensioni, nel privato e nel pubblico. Se ha questo stile, la fede cristiana si libera dalle degenerazioni di cui è stata tacciata. Essa diventa davvero una punta di diamante che scava nella realtà. Ho il presentimento che essa stia diventando come la garanzia suprema per non abbatterci mai nella nostra lotta storica, per essere tra i costruttori del Regno di giustizia i più zelanti, i più fervidi, i più irremovibili, quelli che non trovano mai il motivo di scoraggiarsi perché nel loro interno c'è la garanzia che viene dalla fede. Il giorno del Signore verrà: noi lo sappiamo. E dobbiamo vivere nel presente come se esso fosse imminente, come se dalla nostra azione dovesse scoccare l'ora ultima dell'adempimento.

 

Ernesto Balducci – da:”Il mandorlo e il fuoco” – Vol. 3