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16 Marzo 2014 – 2^ DOMENICA DI QUARESIMA - Anno A

16 Marzo 2014 – 2^ DOMENICA DI QUARESIMA - Anno A      

 

Ormai l’isola del privilegio è invasa da un’alluvione di sgomento e noi ne siamo toccati. Occorre passar oltre; lasciare il mondo che avevamo sistemato e muoversi.   

 

PRIMA LETTURA:  Gn 12, 1-4°- SALMO: 32- SECONDA LETTURA:   2 Tm 1, 8b-10- VANGELO:  Mt 17, 1-9

Se noi cerchiamo la caratteristica di questo momento di tribolazione collettiva, potremmo dire che questo è il momento in cui la transizione, il passaggio verso un mondo non conosciuto, diventa una necessità. Non è più un’avventura di qualche pioniere: è una necessità oggettiva. Di anno in anno, vorrei dire di mese in mese, si alzano le voci, non profetiche ma obbligate dall’evidenza scientifica, che ci annunciano che il nostro mondo sta finendo, che il mondo in cui ci eravamo inseriti e accomodati con una relativa tranquillità sta scomponendosi nelle sue stesse sue stesse strutture portanti. Niente più regge; neppure la base biologica, nemmeno la possibilità della sopravvivenza fisica ci può essere garantita. Queste profezie aride, squallide, senza impeto di speranza, circolano sempre di più non solo negli organi pubblici dell’opinione, ma anche, vorrei dire, nello scambio di idee quotidiane. Perfino i grossi problemi morali che ci troviamo ad affrontare, […] risentono, per ripercussione, degli effetti di questa paura collettiva, del bisogno di limitarci, di rimisurare i nostri spazi perché l’indice di sovrapopolazione diventa ogni anno più spaventoso. Dobbiamo muoverci dal vecchio mondo, e non sappiamo davvero dove andare. Nessuna indicazione alternativa ci viene data. Anzi la scienza ha questo di onesto: che si ferma alle sue saggezze previsionali senza poter indicare alternative. Non è infatti compito della scienza, ormai (essa se ne rende conto) fornirci l’alternativa. Ché se qualche alternativa qualcuno avanza, essa sembra avvicinarsi ad una specie di genocidio organizzato. Siamo in questa condizione! Da qualche anno questa condizione è sotto gli occhi dell’osservatore comune, non più, lo ripeto, degli anticipatori della cultura. E questo dato oggettivo porta con sé uno stravolgimento a tutti i livelli, anche a quel livello che nel passato si riteneva quanto meno immune da questi contatti col dato oggettivo, con le statistiche, cioè a livello della riflessione filosofica. Anche questo livello , che sembrava garantito nell’Empireo dell’intangibilità, è scosso alle radici. Il pensiero deve render conto di se stesso alla biologia. Noi non possiamo più cullarci nella cultura, parlare di civiltà, senza aver garantito la sopravvivenza fisica dell’uomo. Questa congiuntura, che potrebbe essere certo ben altrimenti descritta, è una congiuntura di cui ciascuno di noi sconta le conseguenze. Le crisi che ci toccano, magari nei bisogni immediati, se andiamo a ricercare, hanno radici in questo fatto. Ormai l’isola del privilegio è invasa da un’alluvione di sgomento e noi ne siamo toccati. Occorre passar oltre; lasciare il mondo che avevamo sistemato e muoversi. Ma verso dove? Ecco il grande interrogativo, a cui, certo, devono attendere gli uomini della politica, gli uomini delle scienze, gli uomini che hanno il compito di sensibilizzare la coscienza morale collettiva. Ma, in fondo, questo interrogativo riguarda anche noi in quanto credenti, ci interpella come credenti convinti finalmente di non poter più abitare durante il diluvio nell’Arca di Noè, ben chiusa all’intemperie esterne. L’immagine di una Chiesa, arca di alleanza che naviga in mezzo ai marosi, è un’immagine delirante. Non possiamo più nemmeno accoglierla per un momento. Noi dobbiamo entrare dentro la comune tribolazione, dobbiamo promuovere una profonda saldatura tra la nostra esperienza di credenti e l’esperienza collettiva. senza fare della religione una specie di zona di sicurezza. Gesù non è entrato mai in zona di sicurezza, che, anzi, Egli è rimasto dentro l’insicurezza profonda, non solo quella soggettiva, come nel Getsemani, ma anche quella oggettiva, come l’emarginazione e la persecuzione. Il «Gesù solo» della Trasfigurazione, quando si spensero le luci, è solo un uomo tra gli uomini. Egli era in sé la manifestazione della promessa di Dio, ma i discepoli lo capirono dopo la Resurrezione. Noi siamo stati abituati a vivere, come Chiesa, garantiti dal disastro collettivo. E invece ci siamo dentro. La transizione riguarda le stesse nostre costruzioni religiose, che sono il paese del nostro padre: «Esci dal paese di tuo padre». Questa casa paterna – o materna – la conosciamo. L’immagine faceva parte della retorica religiosa convenzionale: la casa di Dio, la casa materna, la Chiesa madre… tutte immagini di sicurezza – se ci pensate – che facevano appello ai nostri istinti profondi per darci una gratifica psicologica: chi è nella Chiesa non ha paura, ha la verità necessaria, ha la risposta per tutti i problemi. È proprio questa cattura psicologica che noi dobbiamo spezzare…

       Ernesto Balducci – da: “Il mandorlo e il fuoco” – Vol. 1 – Anno A