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15 Settembre 2019 – XXIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO

15 Settembre 2019 – XXIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO

 

Quante volte dagli spalti del potere si sono lanciati fulmini sui miserabili in nome di Dio. E le fiaccole che hanno acceso i roghi sono state accese in nome di Dio. La violenza nasce dal fondo del cuore e nasce a volte lungo le stesse spirali su cui cresce la virtù. Il fariseismo è diventato all’improvviso dimensione internazionale.

 

PRIMA LETTURA Es 32,7-11-SALMO: 50- SECONDA LETTURA: 1Tm 1,12- VANGELO: Lc 15,1-32

 

…Ciò che è proprio del Vangelo non è la squalifica delle virtù, ma è una specie di raggio di luce che colpisce le virtù e le manifesta per quel che sono. La psicanalisi moderna ha alzato il selciato delle coscienze oneste mostrando come le virtù spesso non siano che sublimazioni, cristallizzazioni di pulsioni egoistiche. Il Vangelo fa questo molto più radicalmente; esso manda al primo posto nel Regno di Dio le prostitute. C’è una specie di straordinaria ironia – ironia di Dio – che attraversa i nostri edifici morali, ed è una ironia d’amore. La festa di cui parla la parabola, è spropositata: torna un figlio dissoluto che ha dissipato il patrimonio e si fa festa! È più che ragionevole che il figlio onesto tornando a casa si meravigli: lui quelle feste non le ha mai avute. Che senso ha questa specie di ironia sulla sua onestà? Se il padre non ha mai ammazzato un vitello per lui, è perché il suo cuore non è adatto a far festa. Non è facile far festa, non è facile rallegrarsi con gli altri! Anzi la festa del vivere fa paura all’uomo virtuoso, in cui c’è segretamente una specie di paura del vivere, sulla quale si erge il castello delle virtù. Se gli venisse la voglia di vivere cadrebbe il castello. La festa non si accetta, è una minaccia. In questo progetto di una convivenza fra gli uomini in cui si fa festa e si fa festa nell’amore, nel reciproco perdono, è tutto il Vangelo, è la «buona notizia». Una buona notizia che non può non mettere in allarme i farisei di tutte le stagioni. Se ora io mi domando, rispondendo all’interrogativo di partenza: dove è la radice della violenza? i «fratelli buoni» sono gli artefici della violenza perché essi non sanno capire il cuore dell’uomo. Sono loro che organizzano le rappresaglie contro i peccatori, sono loro che fanno del magistero morale una specie di commissariato contro gli erranti, sono loro che accendono i roghi contro gli eretici. Può anche essere – come disse una volta Gesù – che siano sepolcri imbiancati, ma supponiamo che non lo siano. Non è questo – di essere sepolcri imbiancati – il loro vizio. Supponiamo che siano bianchi fuori e dentro, essi fanno della loro irreprensibilità una ragione di odio e di divisione fra gli uomini. Qui muore Dio e muore l’uomo. Quante volte dagli spalti del potere si sono lanciati fulmini sui miserabili in nome di Dio. E le fiaccole che hanno acceso i roghi sono state accese in nome di Dio. La violenza nasce dal fondo del cuore e nasce a volte lungo le stesse spirali su cui cresce la virtù. Il fariseismo è diventato all’improvviso dimensione internazionale. È difficile difendersene, per la contraddizione di cui ho detto prima, perché io voglio salvare tutti e due i termini del discorso. Non so dove si conciliano. Si conciliano nel futuro, quando avremo cambiato il mondo: vorrei che tutti coloro che fanno festa fossero anche persone irreprensibili. Io vorrei che la virtù si congiungesse all’amore, all’umiltà, alla fraternità, ma se questo non avviene di chi è la colpa se non di questa scissione radicale dell’amore per cui per essere virtuosi bisogna esser duri e per far festa bisogna essere peccatori? Quando potremo congiungere la virtù e la festa? Come facciamo a far festa oggi quando cadono su di noi le ombre delle armi che abbiamo creato? Le nostre feste sono tutte impaurite. La radice di questa divaricazione che rende così funesta la nostra condizione odierna è qui. Chi ha compreso questo sa bene che il suo compito di uomo pacifico non è solo di puntare il dito contro le armi ma anche di scavare dentro il cuore per estirpare le radici della violenza.

 

Ernesto Balducci- da: «Il Vangelo della pace» vol. 3