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12 Maggio – 2019 – IV DOMENICA DI PASQUA – Anno C

12 Maggio – 2019 – IV DOMENICA DI PASQUA – Anno C

 

Anche ascoltando i dibattiti televisivi si sente che c'è una menzogna farisaica che tutto circonda, anche i migliori: è la reticenza sulle radici. Lo sento che non è possibile farlo, quando ci si confronta con questa parola che ha la presunzione di essere la parola alfa ed omega, radice e compimento. Si può compiere un'offesa profonda allo spirito del Vangelo se ci si limita ad affermare il principio e la fine senza passare attraverso il mezzo.

 

PRIMA LETTURA:At 13,14.43-52- SALMO: 99- SECONDA LETTURA: Ap 7,9.14b-17- VANGELO: Gv 10,27-3

 

…Giustamente diciamo che il Vangelo non è una dottrina politica, ma quando noi diciamo così, dentro la cittadella, vogliamo dire che è ingiusto fare ogni riferimento alla politica. Il che non è vero perché ogni atto politico ha un rapporto con le aspirazioni profonde dell'uomo. È qui che attinge legittimità e forza ogni nostro progetto, anche particolare. Ai livelli di questa radice il Vangelo passa e ci propone immagini di esistenza e principi di comportamento radicali, cioè non vivibili in toto nell' atto, dato che qualunque nostro comportamento che si ispiri alla legge dell'amore è sempre troppo tributario alla logica dell'egoismo. L'indicazione profetica eccede ogni nostro gesto, è sempre al di là, ma proprio qui è la nostra dignità, perché noi misuriamo i nostri atti dentro un orizzonte in cui vogliamo trovare i termini della nostra identità umana. Anche quando dobbiamo accettare le regole del possibile, noi troviamo dignità perché il nostro mondo di respiro e di alimentazione è il mondo dell' «impossibile e provvisorio», nel senso che noi aspiriamo ad una condizione in cui nessuno abbia fame accanto a chi è in gioia. Non vogliamo però mantenere questo discorso, come tutti ci consentirebbero di fare, nell'ambito delle dilettazioni spirituali, quelle delle anime buone che leggono i pii libri. Noi ci muoviamo, come cospiratori del futuro, alle radici del mondo. Noi, diceva un' antica e grande lettera del mondo cristiano sub-apostolico, siamo il lievito dell'umanità. Lo diciamo, ora, con un po' di vergogna, loro potevano dirlo con innocenza, erano agli inizi. Noi lo diciamo con vergogna perché il nostro è stato un lievito farisaico. Noi abbiamo insegnato a far le guerre, anzi addirittura ancora oggi vendiamo le armi perché le moltitudini si uccidano e ci ricaviamo lauti guadagni. C'è perfino il sospetto che la nostra moderazione nel condannare quelle moltitudini derivi dalla paura di perdere il mercato. Noi dobbiamo oggi riproporci un comportamento, anche quello misurato nell'orizzonte della politica, che faccia onore alla intuizione fondamentale dell'unità del genere umano, che vogliamo realizzata nella giustizia e che quindi metta in questione l'ordine economico internazionale, di modo che non avvenga che noi compiamo il gesto farisaico - e lo compiamo - di deplorare ciò che è deplorabile, ma sempre evitando di risalire alle radici. E quello che avviene. Anche ascoltando i dibattiti televisivi si sente che c'è una menzogna farisaica che tutto circonda, anche i migliori: è la reticenza sulle radici. Lo sento che non è possibile farlo, quando ci si confronta con questa parola che ha la presunzione di essere la parola alfa ed omega, radice e compimento. Si può compiere un'offesa profonda allo spirito del Vangelo se ci si limita ad affermare il principio e la fine senza passare attraverso il mezzo. Anche le pagine della Scrittura di oggi sarebbero forse alienanti se questo discorso rimanesse come un discorso escatologico, ordinato all'adempimento, e non ci facesse vedere gli effetti che ha sulla storia concreta. Invece la pagina della frattura, operata dal Vangelo dentro la città, e della persecuzione contro gli evangelizzatori serve proprio a farci calare nel concreto, a far passare il raggio della profezia attraverso il prisma mutevole, sfaccettato del tempo in cui si vive. Io mi domando: oggi che cosa succede? Succede che noi siamo troppo nelle grazie dei «notabili» e ci dimentichiamo delle moltitudini o le ricordiamo solo in modo paternalistico e sentimentale e non attraverso un giudizio che sia il più possibile misurato sulla sapienza che ci viene dalla profezia evangelica. Non so se sono riuscito ad esprimere il sentimento che, maturato dai fatti di questi giorni, è approdato alle pagine che ho letto ed ascoltato con voi. Ma non c'è dubbio che il confronto delle nostre certezze con questi fatti è la prova del fuoco della loro validità. lo sento che esse hanno forza, sono vitalissime ma a condizione che non si ammorbidiscano e non si annientino nella sequela dei compromessi dei se e dei distinguo. Queste parole vanno prese nella loro radicalità ed allora mi è possibile, senza ambiguità, guardare con profonda simpatia, con una solidarietà di radice tutta la moltitudine che nessuno può contare: di ogni nazione, di ogni razza, di ogni popolo e di ogni lingua. Sentire che la grande tribolazione in cui queste moltitudini sono, è proprio quella prevista dalla profezia. Dio è con loro, e quindi gli artefici di quelle miserie, di quelle tribolazioni sono sotto il giudizio di Dio. Solo Lui conosce i tempi ed i modi, le scadenze di quel giudizio, ma quel giudizio è sicuro e se noi vogliamo - diciamo pure l'antica parola - salvarci 1'anima, dobbiamo fino da ora misurarci con i criteri severi di quel giudizio.

 

Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi Tempi” – vol. 3