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11 Agosto 2019- 19^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Anno C

11 Agosto 2019- 19^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - Anno C
 

Noi vediamo come la stretta economica si fa di anno in anno più severa per una specie di scatenamento selvaggio di un sistema economico che fino a ieri aveva tentato di darsi un volto umano e di assicurare un futuro di giustizia e di benessere a tutta l’umanità. Ormai la sua logica si è come scatenata e noi ne portiamo, giorno dopo giorno, le conseguenze.

 

PRIMA LETTURA:  Sap 18, 6-9- SALMO: 32- SECONDA LETTURA:  Eb 11, 1-2.8-19- VANGELO:  Lc 12, 32-48

 

Ci sono tempi in cui, nell’individuo e nella storia, la speranza si nutre di segni esterni che ha dinanzi a sé. Basta guardare il corso delle cose cogliendo nelle sue pieghe i segni di un cambiamento positivo; basta saper usare le forze che sono a disposizione per questo cambiamento; basta constatare come coloro che possiedono il mondo presente e vogliono conservarlo com’è, sono ormai allo sbaraglio. Allora la speranza cammina con i piedi sulla terra: essa è il risultato di una analisi induttiva. È ragionevole e perciò si propaga molto rapidamente. Ci sono tempi in cui invece questi segni sembrano tutti istireliti, Allora, come potrà vivere la speranza? Essa vive di fede. Uso qui il termine non necessariamente nel significato teologale con cui la usano i credenti. C’è una fede morale in cui dobbiamo riconoscere un riflesso sostanziale di quella che i cristiani chiamano fede e che è la sicurezza che è possibile all’uomo cambiare il mondo, che è possibile dare corpo ai desideri degli oppressi, degli emarginati, dei deboli e degli umili, è possibile trasformare un mondo di morte in un mondo di vita. Sono tanti gli uomini di questa fede. Essi non disarmano nemmeno quando tutti i segni della speranza sono scomparsi. Anche la loro speranza vive di fede e proprio perchénon ha a suo vantaggio dei dati di fatto da portare a prova, sembra stoltezza, follia. Quando la ragione che indaga le cose va nel senso opposto, proietta nel futuro conclusioni opposte a quelle della speranza, la speranza ha la sostanza dell’illusione, di puro sogno e quindi è suscitabile di sospetti, come se si trattasse di autoconsolazione. Quando Gesù diceva ai suoi: «Non temete, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto darvi il suo regno», si doveva trattare di una situazione del genere. Gesù parlava del regno del Padre, aveva dinanzi a sé un gruppo sparuto di qualche decina di persone: era una follia! La sua promessa non aveva punti di appoggio nella realtà: l’impero romano era saldo, la sinagoga sicura di sé…, non c’erano spiragli. Eppure, in pochi anni, i segni della spernza si sono veramente dissolti. Io non voglio dare al mio discorso nessun taglio specificatamente politico. Parlo in generale. Noi vediamo come la stretta economica si fa di anno in anno più severa per una specie di scatenamento selvaggio di un sistema economico che fino a ieri aveva tentato di darsi un volto umano e di assicurare un futuro di giustizia e di benessere a tutta l’umanità. Ormai la sua logica si è come scatenata e noi ne portiamo, giorno dopo giorno, le conseguenze. E le porteremo sempre di più perché qusto è scritto nelle cose: gli uomini del privilegio si asserragliano nel privilegio, sprangano le porte perché nessuno insidi il privilegio. È un segno funesto. Come previde un sociologo che sta alle origini di questo sistema, gli uomini delle società industrializzate più proghedite, sono come i commensali di un banchetto lauto ed essi sanno bene che se vogliono mangiare, quelli che sono fuori devono restare fuori, perché non ce n’è per tutti. E quelli che sono fuori circondano il palazzo del grande convito, che succede? Ci siamo. Le prospettive politiche che un tempo costituivano come lo stimolo delle speranze collettive, si sono chiuse, si sono chiusi spiragli a cui la speranza  poteva guardare per camminare con i piedi in terra. La speranza della pace fino a qualche tempo fa, riposandosi sul cosìddetto equilibrio del terrore, era una speranza ragionevole. C’era la distensione, il dialogo tra i blocchi… Tutto è finito. La corsa alle armi è diventata incredibilmente pazza, una follia, come si dice perfino nei documenti ufficiali dell’ONU. È una follia che governa. Non è ai margini, è al centro! Come sperare in un tempo come questo? […] In un mondo in cui la follia si chiama salute, un uomo veramente savio è un folle! Noi siamo in questa condizione. Lo dico adesso in termini molto generici, ma se voi per deduzione arrivate al quotidiano, vedete che le cose tornano. Ecco perché dobbiamo fare appello a questa forza rivoluzionaria che è la speranza anche quando, come oggi, essa non può nascere dalla fede perché non ci sono molti segni che le cose possano cambiare. La nostra è una spernza che va avanti al buio, è una speranza da pellegrini, che hanno lasciato la città cioè hanno rotto la solidarietà col mondo esistente, come Abramo che lasciò la sua casa. L’uomo della speranza è uno che cammina verso una città futura – come qui è detto –, che vive quella profonda ascetica della coscienza, che è la rottura dei rapporti di solidarietà col mondo esistente. Siamo cittadini , ma non lo siamo; stiamo in questo sistema del mondo, ma non ci siamo. Il nostro esserci è un puro fatto emprico, ma nelle dimensioni profone in cui l’esistenza ritrova le sue identità alte, noi non ci siamo. La nostra patria è futura. Questo andare verso il futuro non è basato su una sicurezza, su di una garanzia: «Tutti costori moriranno avendo veduto solo da lontano la terra che era stata promessa». Così siamo noi. È un modo di vivere non facile perché integra il sé l’instabilità del camminare. Cioè l’abbandono per sempre dell’esistenza sedentaria. Entrare nel cammino è poggiare la propria speranza sulla fede che è possibile ciò che invece, secondo i parametri dominanti, è impossibile. Io personalmente sono convinto che è possibile creare un mondo senza armi. Io ci credo. È una follia secondo la saggezza, anche quella illuminata che ci fa scuola, però sono convinto che è possibile. Così come sono convinto che è vicina l’ora in cui può accadere la fine. La vigilanza è prendere sul serio questa prospettiva della fine. In questo stato di coscienza, il gesto che si deve compiere è quello della speranza che punta sul cambiamento: su di una città diversa, su questa città futura a cui aspirano anche quelli che hanno perso la speranza. Io credo che nella società di oggi e nelle singole coscienze ci siano come delle speranze soffocate sotto un selciato di luoghi comuni, di culture trasmesse. Ci sono polle d’acqua sotto il selciato della strada. Occorre disselciare questi pavimenti, occorre far venir fuori queste polle d’acqua viva, occorre dare voce alla speranza di chi l’ha perduta: è un compito a cui non è garantito nessun successo a breve scadenza. È vero che l’iiminenza della fine può abbreviare i tempi; può determinare grandi cambiamenti di coscinza nella collettività umana. Io lo spero. Però chi sceglie questa via della speranza, cammina verso la città futura disposo anche a non arrivarci…

                                                                          

Ernesto Balducci – da: “Il Vangelo della Pace” – vol. 3