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1 Marzo 2020 –I^ DOMENICA DI QUARESIMA – Anno A

1 Marzo 2020 –I^ DOMENICA DI QUARESIMA – Anno A

 

Abbiamo creato, al di sopra di noi, una struttura che ha la sua ragione in se ,stessa, entro cui passano degli esili desideri di amore per l'altro, ma questi desideri si raggelano dentro la macchina che ci organizza, per cui non sappiamo più nemmeno scambiarci un sorriso, un saluto, perché tutto è viziato dal demone della strumentalizzazione.

 

PRIMA LETTURA:  Gn 2, 7-9; 3, 1-7- SALMO: 50- SECONDA LETTURA:   Rm 5, 12-19- VANGELO:  Mt 4, 1-11

 

Sono tre letture, queste, così dense di teologia, così ricche di stimoli che il nostro imbarazzo è di ricondurle ad una riflessione unitaria. Possiamo tentarlo, rifacendoci alla più misteriosa e provocante di esse: il brano di Matteo. In questo brano Gesù ci si rivela in quanto ha di diverso dalla normale condizione umana e dal nostro normale modo di progettare l'esistenza. L'evangelista ha come sunteggiato, in una rappresentazione drammatica, le scelte fondamentali che collocarono Gesù di Nazareth al di fuori dell'orizzonte di attesa dei suoi contemporanei. La Croce è come il punto geometrico verso cui vanno e in cui si risolvono le tre tentazioni. La morte del Signore è la conseguenza della sua vittoria contro queste tre tentazioni che sono state ripensate e scritte come spiegazione vera del supplizio di Gesù. Egli è venuto, certo, come Messia, ma come un Messia così diverso che tutti coloro che lo avevano atteso non lo riconobbero. Ed è, questa, una verità permanente. Non ci è lecito leggere questo racconto in modo retrospettivo; il suo messaggio attraversa la nostra coscienza di credenti e illumina il senso vero della vita. Non della vita cristiana, ma della vita. Perché di questo, infatti, si tratta. La lettera di Paolo allarga a dimensioni cosmiche il rapporto fra il Gesù vittorioso delle tentazioni, il crocifisso, e l'umanità simboleggiata dall'unico uomo – Adamo – che più che reale personaggio storico è l'umanità nella sua unità di genere umano, collocata tutta nel peccato, sconfitta dalla tentazione che, nel paradiso del racconto biblico, è formulata come un invito a rompere la dipendenza dalla Parola di Dio per costituirsi come Dei: «Sarete come Dei ». Il potere, al di là delle forme empiriche che prende, è innanzi tutto questa prevaricazione dell'uomo di fronte all'uomo, perché nel momento stesso in cui rescinde la sua dipendenza creaturale da Dio, l'uomo si pone come punto di riferimento per gli altri, signore del bene e del male: lui, artefice delle condizioni morali e fondamentali; lui organizzatore del mondo. In questo orgoglio di fondo trovano ragione tutti i fenomeni di peccato, non solo quelli che spengono nel nostro cielo la luce di Dio ma quelli che spengono nel mondo dell'uomo ogni umana dignità: per l'occhio della fede, i due eventi terribili sono un solo evento. Nel momento in cui si distrugge la dipendenza da Dio si mette in rischio ogni dignità umana. E nel momento in cui si conculca l'uomo con spirito di dominio, e si è dio per l'uomo, in quel momento si oscura ogni senso religioso, ogni verità cristiana impazzisce. Questo anche quando questi delitti – e come è vero! – vengono compiuti in nome o sotto la remota o prossima protezione della religione cristiana. Ci troviamo dunque di fronte ai termini assoluti della nostra scelta di vita. E quali sono gli aspetti della condizione di peccato in rapporto ai quali noi dobbiamo riflettere sulle tentazioni del Signore? Se noi leggiamo il racconto biblico, aprendo l'involucro del simbolo, troviamo (o nella condizione gloriosa e serena di prima del peccato o nella condizione turbata e scomposta dopo il peccato) una raffigurazione del male perfettamente aderente alla nostra esperienza umana. La condizione umana è come presa dalla nostalgia di una perfezione che si proietta come speranza. Il paradiso terrestre non abita le epoche remote del passato: abita le epoche remote del futuro, è il regno verso cui andiamo, è ciò che noi desideriamo. Non tutto è stato spento in noi. C'è nell'uomo la capacità di trascendere i limiti del peccato e anche i limiti della ragione radicata nel peccato, per anticipare una condizione umana perfetta in cui le potenzialità nascoste della nostra natura raggiungano il loro adempimento. Ed è questo il volto luminoso dell'uomo, la componente - diciamo pure - divina della storia umana. Non c'è uomo, per corrotto che sia, che non porti in sé la capacità, almeno in germe, di sognare un mondo umano. E questi sogni non sono divagazioni o alienazioni, sono la proiezione immaginativa di una indomabile volontà dell'uomo di raggiungere l'albero della vita; di entrare dentro il cerchio della vita intemerata, incontaminata, non attraversata dal turbine della morte. La morte è, nel linguaggio biblico, come il simbolo condensato di tutte le forme di male, cosi come la vita è la pienezza di tutte, le aspirazioni positive che l'uomo può avere dentro di sé. Ma non appena ci allontaniamo da questa immaginazione, carica di senso morale e di senso religioso, e ci pieghiamo sulla realtà dei fatti, noi vediamo che la storia non è che una fenomenologia del peccato. È il fenomeno del peccato che si svolge: il dominio dell'uomo sulla donna, l'asservimento della creatura alla creatura, la riduzione strumentale dell'essere umano. In quanti modi possiamo declinare questo fatto radicale del male umano! Il dominio dell'uomo sull'uomo, in tutti i sensi: la sua incapacità di accogliere la vita, la sua paura della vita che sorge come minaccia alla propria stabilità; la sua presunzione di poter dominare la natura senza tener conto dei suoi limiti, dei suoi segreti rapporti con gli equilibri umani. La catastrofe della realtà naturale è sotto i nostri occhi. E cosi il rapporto dell'uomo con i fratelli, con la società: esso non è un rapporto in cui l'esigenza dello scambio umano stia al primo posto. Abbiamo creato, al di sopra di noi, una struttura che ha la sua ragione in se ,stessa, entro cui passano degli esili desideri di amore per l'altro, ma questi desideri si raggelano dentro la macchina che ci organizza, per cui non sappiamo più nemmeno scambiarci un sorriso, un saluto, perché tutto è viziato dal demone della strumentalizzazione. Nella misura in cui il nostro potere cresce, in cui i recessi della natura sono penetrati, carpiti dal potere di Adamo, ecco, in quella stessa misura le possibilità del1'amore si esauriscono e tutto diventa fissato, stabilito: la paga che dobbiamo spendere perché il potere aumenti è una diminuzione di amore. Non c'è alternativa: o viviamo dando primato all’amore, e il nostro potere diminuisce; o viviamo cercando il potere e l'amore è sopraffatto.

 

Ernesto Balducci  da: “Il mandorlo e il fuoco” – vol. 1